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Stop alle trivellazioni nella fascia marina di otto chilometri lungo l'intero perimetro costiero italiano. Lo ha stabilito il governo, che ha approvato la proposta di Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente.

L’idea è sorta dopo il disastro ambientale avvenuto nel golfo del Messico, che ha iniziato a far riflettere anche i governanti italiani circa le conseguenze che si potrebbero verificare in caso di incidenti analoghi nei nostri mari. Con questa decisione, si vietano quindi le operazioni di ricerca ed estrazione del petrolio a ridosso delle coste, nelle aree marine e costiere protette e per una fascia di mare di circa venti chilometri intorno al perimetro esterno delle riserve.

Ma non è tutto: oltre a questi limiti, sono state introdotte anche nuove regolamentazioni per la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi al di fuori di queste zone, dove ogni attività di ricerca ed estrazione del greggio sarà sottoposta a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA); e ciò vale anche per le autorizzazioni che stanno per essere rilasciate.

Abbiamo inserito norme chiare a difesa del nostro mare e dei nostri gioielli naturalistici – fa sapere in una nota il ministro dell’ambiente - colmando una opacità legislativa che nel recente passato ha suscitato timori nelle comunità locali di zone che attorno alle riserve marine stanno costruendo un modello di sviluppo basato sulla valorizzazione dei beni ambientali. L'impegno del governo a difesa dei propri "giacimenti naturali" è pieno. Lo sviluppo delle attività produttive - conclude - è altresì sostenuto in un ambito di regole chiare che pongono in primo piano la tutela ambientale”.



Meno entusiasta per l’iniziativa, comunque lodevole, è Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia, che evidenzia come “le nuove norme sulle trivellazioni in mare annunciate oggi dal Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, rappresentano sicuramente restrizioni importanti, che limitano pericolosi progetti di estrazione al largo delle nostre coste”. Ma aggiunge: “Speriamo che l’adozione di queste norme segni una chiara volontà del nostro Governo di abbandonare la strada delle energie fossili e avviarsi verso una rivoluzione energetica”.

Il problema – come sottolinea Greenpeace - è che le nuove norme non valgono per le autorizzazioni già concesse e oggi in Italia ci sono 66 concessioni di estrazione offshore con pozzi già attivi e altri 24 di esplorazione offshore, presenti in Abruzzo, Marche, Puglia e nel Canale di Sicilia.

Purtroppo non possiamo ancora dormire sonni tranquilli. - continua Monti - Non abbiamo ancora saputo, infatti, quali tecnologie avanzate siano davvero obbligatorie nelle trivellazioni offshore in Italia per ridurre eventuali rischi d’incidenti! Non ci risulta, per esempio, che sia obbligatorio il comando da remoto per la chiusura delle valvole in caso di incidente, obbligatorio invece in Norvegia e Brasile. Limiti di cinque o dodici miglia non ci salveranno certo dalle maree nere”.

Verdiana Amorosi


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