buco ozono Nasa

Buco dell'ozono, è sempre più piccolo. Anche se altri studi ne avevano documentato il restringimento, adesso anche la Nasa attraverso l'osservazione dei satelliti lo ha confermato. E il merito sarebbe dei divieti di utilizzo di alcune sostanze chimiche introdotti negli anni Ottanta.

È questa la prima prova diretta della riduzione del buco dell'ozono. Utilizzando le misurazioni del satellite Aura, gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory della Nasa hanno studiato il cloro all'interno del buco nell'ozono antartico negli ultimi anni, osservandone il calo.

Gli studi precedenti avevano utilizzato le analisi statistiche dei cambiamenti nelle dimensioni del buco dell'ozono per documentarne lo stato e il progressivo miglioramento ma questa ricerca è la prima a utilizzare le misurazioni della composizione chimica all'interno del buco dell'ozono per confermarne non solo la diminuzione ma anche il collegamento col divieto di utilizzo di clorofluorocarburi.

Il divieto internazionale di utilizzo di prodotti chimici contenenti cloro (CFC), ha ridotto del 20% l'esaurimento dell'ozono durante l'inverno antartico rispetto a quanto accaduto nel 2005, il primo anno in cui il satellite Aura ha condotto le misurazioni di cloro e ozono durante l'inverno antartico.

"Vediamo molto chiaramente che il cloro dei CFC sta calando nel buco dell'ozono e che a causa di ciò, anche il buco si sta riducendo" ha detto l'autore principale dello studio Susan Strahan, del Goddard Space Flight Center della NASA a Greenbelt, nel Maryland.

I CFC sono composti chimici longevi che si innalzano nella stratosfera, dove vengono separati dalle radiazioni ultraviolette del sole, rilasciando atomi di cloro che continuano a distruggere le molecole di ozono.

L'ozono stratosferico protegge la vita sul pianeta assorbendo le radiazioni ultraviolette potenzialmente dannose che possono causare tra le altre cose anche cancro della pelle e cataratta, indebolendo il sistema immunitario e mettendo a repentaglio la vita delle piante.

Due anni dopo la scoperta del buco dell'ozono antartico, nel 1985, venne firmato il Protocollo di Montreal sulle sostanze che riducono lo strato di ozono. Tale protocollo regolava i composti che impoverivano l'ozono. Le successive modifiche hanno completamente eliminato la produzione di CFC.

Il buco dell'ozono in Antartide

Al Polo Sud, il buco dell'ozono si espande durante l'inverno, quando i raggi del sole di ritorno ne favoriscono i cicli di distruzione coinvolgendo cloro e bromo provenienti principalmente dai CFC.

Per determinare il cambiamento dell'ozono e delle altre sostanze chimiche di anno in anno, gli scienziati hanno utilizzato i dati del satellite Aura, che dal 2004 ha effettuato misurazioni in tutto il mondo. Il cambiamento dei livelli di ozono sopra l'Antartide dall'inizio alla fine dell'inverno meridionale - da inizio luglio a metà settembre - è stato monitorato ogni giorno, dal 2005 al 2016.

"Durante questo periodo, le temperature dell'Antartide sono sempre molto basse quindi il tasso di distruzione dell'ozono dipende principalmente dalla quantità di cloro presente ", ha affermato Strahan.

È stato così scoperto che la perdita di ozono sta diminuendo.

"Verso la metà di ottobre, tutti i composti del cloro sono stati convertiti in un unico gas, quindi misurando l'acido cloridrico abbiamo una buona misurazione del cloro totale", ha detto Strahan.

Confrontando le misurazioni MLS di acido cloridrico e ossido di azoto ogni anno, gli scienziati della Nasa hanno determinato che i livelli di cloro totale stavano diminuendo in media dello 0,8% all'anno. In realtà, il calo del 20% durante i mesi invernali dal 2005 al 2016 era previsto e conferma quanto ipotizzato dai modelli.

Secondo la Nasa, in prospettiva, il buco nell'ozono dell'Antartide dovrebbe continuare a diminuire gradualmente man mano che i CFC lasceranno l'atmosfera, ma il completo recupero richiederà decenni. I clorofluorocarburi hanno una durata da 50 a 100 anni, quindi restano nell'atmosfera per un tempo molto lungo. Si parla di 2060-2080 per ridurre al minimo il buco.

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Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters.

Francesca Mancuso

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