terremoti rotazione terrestre

Terremoti forti: nel secolo scorso sono aumentati quando la Terra girava meno velocemente. Questo è quello che ha notato, con osservazioni statistiche, un gruppo di ricerca dell’Università del Colorado e dell’Università del Montana. Si parla di 5 periodi, che hanno registrato un incremento significativo di sismi con magnitudo Mw pari o superiore a 7. Sulla base di questi dati è possibile attenderci, da ora, 5-6 anni con un maggior numero di sismi?

La Terra, e questo è un dato scientifico incontrovertibile, ruota su se stessa, ma non lo fa sempre alla stessa velocità. La causa è un fenomeno fisico chiamato ‘decelerazione angolare’: in poche parole il nostro pianeta, periodicamente, ruota meno velocemente, il che corrisponde ad una durata complessiva superiore del giorno, inteso come giornata intera (si parla comunque di tempi non percepibili rispetto alle canoniche 24 ore).

Altrettanto incontrovertibile, purtroppo, è il verificarsi periodico di fenomeni sismici di bassa, media o alta magnitudo Mw, con conseguenze a volte disastrose come anche qui in Italia ci è capitato di vivere.

I ricercatori, incrociando i dati, hanno notato una correlazione tra gli eventi più gravi (Mw, momento magnitudo, uguale o superiore a 7) e i periodi con velocità di rotazione più bassa. “Durante periodi prolungati di bassa velocità di rotazione (lunga durata della giornata) troviamo che il numero di terremoti con Mw≥7 aumenta di circa il 15% rispetto alla media a lungo terminescrivono i ricercatori - Ciò equivale a pochi sismi, statisticamente solo 2-3 utilizzando una media di 5 anni, ma a volte anche più di 8 […] La relazione sembra persistere a Mw≥6, indicando che la tempistica di dozzine di terremoti con Mw≥6 potenzialmente dannosi è influenzata anche dalla rotazione della Terra”.

L’indagine statistica è stata effettuata, tra l’altro, utilizzando il parametro che attualmente è considerato la migliore stima della reale grandezza del terremoto, come spiegato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), ovvero la magnitudo momento (Mw), derivata dal parametro sismologico momento sismico, che equivale al prodotto tra area di faglia, dislocazione e resistenza delle rocce.

Gli studiosi sono poi andati al di là della pura osservazione statistica. Quando la terra rallenta, infatti, il mantello terrestre si restringe di raggio, riducendo la sua circonferenza equatoriale, seppur di pochi millimetri. Poiché le placche litosferiche della Terra non sono in grado di ridursi per adattarsi a questa circonferenza ridotta, aumenta la tendenza alla deformazione ai limiti della placche, dove avvengono normalmente gli eventi sismici. Il che potrebbe spiegare la correlazione tra rallentamento della rotazione terrestre e sismi di alta magnitudo Mw.

Una spiegazione scientifica, dunque, che viene da esperti e non da predicatori di dubbia preparazione. I ricercatori portano dati scientifici e comunque sono cauti: non parlano di previsione dei terremoti, né tanto meno di predizione. Ma osservano una correlazione che potrebbe in futuro essere presa in considerazione per incrementare le conoscenze e le teorie scientifiche sulle cause e le dinamiche dei sismi.

La correlazione, comunque, esiste. É possibile dunque dire che, per esempio, nel 2018 sono attesi più terremoti? Dall'analisi dei ricercatori emerge che dopo l'inizio del rallentamento, passano circa 5-6 anni prima di registrare un aumento di sismi con Mw pari o superiore a 7. Quindi, come scrivono gli autori,

"l'anno 2017 risulta essere sei anni dopo un episodio di decelerazione iniziato nel 2011, il che suggerisce che il mondo è ora entrato in un periodo di maggiore produttività sismica globale con una durata di almeno cinque anni".

Ci possiamo aspettare, quindi, che a partire da ora, ci saranno altri 5-6 anni nei quali il nostro pianeta potrebbe essere scosso da un numero maggiore di terremoti. Non si parla comunque di previsione perché la localizzazione esatta nei tempi esatti resta ancora impossibile da individuare, pur sapendo che sono i limiti delle placche le zone considerate a più alto rischio sismico e pur immaginando, stando a queste ultime ricerche, che potrebbero aumentare globalmente gli eventi.

Cosa fare dunque? Continuare di certo ad analizzare il fenomeno e i suoi meccanismi, ma soprattutto mettersi in condizioni di sicurezza, a partire dalla costruzione di edifici adeguati a rispondere agli eventi di maggiore gravità, soprattutto nelle zone dove, è noto, tali eventi sono più probabili. La prevenzione resta per ora, come sempre, l’unica arma efficace.

La ricerca è stata presentata al meeting annuale della Geological Society of America.

Roberta De Carolis

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