Sconfitti dal petrolio. Sioux sgomberati con la forza dal campo contro l'oleodotto (PETIZIONE)

proteste Sioux

Costretti a lasciare i loro insediamenti, le loro tende, per far posto al petrolio della Dakota Access Pipeline. I Sioux, nonostante la fervida resistenza, sono stati cacciati via dalle forze dell'ordine americane e 9 persone sono state arrestate.

 

La loro colpa? Essersi rifiutati di lasciare il campo di proteste di Oceti Sakowin, nato contro la realizzazione dell'oleodotto. Quest'ultimo, lo ricordiamo, servirà a trasportare il petrolio dal Nord Dakota all'Illinois. A poco sono valse le proteste dei nativi, preoccupati di ciò che accadrà nelle loro terre ancestrali.

Mercoledì era stato annunciato lo sgombero del cosiddetto “villaggio dei ribelli” ma qualcuno era rimasto in segno di protesta. La maggior parte degli attivisti ha lasciato volontariamente il campo, minacciato dalle forze dell'ordine in tenuta antisommossa ma altri non hanno voluto mollare e hanno continuato a portare avanti la protesta con la loro presenza. Per questo sono finiti in manette.

La chiusura di Oceti Sakowin da parte dei funzionari di stato è un altro duro colpo per gli indigeni e per gli attivisti che in tutto il mondo manifestano contro l'oleodotto.

Ma nelle ultime ore la situazione è degenerata. Le fiamme sono divampate nel campo, incendiando le tende dove i Sioux si erano rifugiati negli ultimi mesi. La causa dell'esplosione è ancora poco chiara.

Lo sgombero arriva a meno di un mese dalla decisione di Donald Trump di accelerare i lavori dell'oleodotto, a cui da tempo la tribù di Standing Rock e i suoi sostenitori si oppongono, sostenendo che minacci la fornitura d'acqua e i luoghi sacri.

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I capi Sioux sostengono che le popolazioni indigene abbiano diritto alla terra in cui si trova il campo Oceti.

“Sto pregando affinché non ci sia alcuna perdita di vite umane. Sto pregando che nessuno si faccia male”, ha detto Floris White Bull, ha detto uno dei nativi andato via dalla sua casa mercoledì. “So per certo che ogni singola persona che è strata allontanata con la forza resterà traumatizzata e soffrirà di angoscia. Non sarà facile”.

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I funzionari del North Dakota hanno assicuro che il governo avrebbe dato hotel e buoni pasto agli attivisti insieme a un biglietto dell'autobus per lasciare lo stato.

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Intanto, la battaglia si combatte anche in tribunale, dove la scorsa settimana, Earthjustice, una organizzazione no-profit, ha presentato una mozione in nome della tribù Sioux di Standing Rock che mette in discussione la legittimità della decisione per il rilascio del permesso. La mozione chiede al giudice di pronunciarsi su diverse questioni legali irrisolte, tra cui se le azioni dei militari violano i diritti della tribù.

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Dal canto suo, quest'ultima ha chiesto una dichiarazione di impatto ambientale adeguata per identificare i rischi per i propri diritti, la fornitura d'acqua e la tutela dei luoghi sacri.

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Anche Greenpeace si è schierata con i nativi e ha lanciato una petizione, in cui chiede a Intesa San Paolo di smettere di finanziare il progetto:

“La più grande Banca Italiana, Intesa Sanpaolo, fa parte del consorzio di finanziatori di questo controverso progetto. Abbiamo scritto una lettera ufficiale ad Intesa Sanpaolo per chiedere se ha intenzione di continuare a finanziare la distruzione delle terre dei Sioux e di mettere a rischio l'acqua potabile di tutta quella zona, oppure se deciderà di non impegnare i soldi dei propri clienti per un progetto tanto pericoloso e controverso. Intesa Sanpaolo non ha ancora dato una risposta ufficiale, il tempo corre e il suo è un silenzio assordante!” spiega l'associazione.

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Francesca Mancuso

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