inquinamento fossa delle Marianne

La fossa delle Marianne, un luogo finora considerato incontaminato e quasi sconosciuto. Purtroppo però l'inquinamento è arrivato anche in uno dei posti più remoti della Terra, dimostrando che nulla è al sicuro dall'impatto umano. Alcuni crostacei provenienti dalle fosse oceaniche hanno assorbito infatti elevati livelli di inquinamento, addirittura dieci volte di più rispetto alla media dei lombrichi.

A tracciare questo inquietante scenario è un nuovo studio condotto dagli scienziati della Newcastle University. Il dott. Alan Jamieson ha fornito la prima prova del fatto che le sostanze inquinanti abbiano ormai raggiunto gli angoli più remoti del pianeta.

La squadra di Jamieson ha identificato prodotti chimici industriali gravemente tossici e vietati dalla fine del 1970. Dopo oltre 40 anni, tali sostanze resistono ancora e si chiamano inquinanti organici persistenti (Persistent Organic Pollutants - POP). Queste sostanze chimiche erano state precedentemente trovate anche negli Inuit dell'Artico canadese e in orche e delfini in Europa occidentale.

Rilasciate nell'ambiente attraverso incidenti industriali, scarichi e perdite dalle discariche, queste sostanze sono invulnerabili alla degradazione naturale e quindi persistono nell'ambiente per decenni.

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Esse potrebbero essere arrivate nelle profondità delle fosse oceaniche attraverso detriti di plastica contaminati e animali morti finiti sul fondo dell'oceano, invadendo la catena alimentare degli anfipodi e di altre creature, che a loro volta diventavano cibo per animali più grandi.

crostacei marianne

Gli scienziati hanno effettuato il campionamento degli anfipodi della fossa delle Marianne e della fossa delle Kermadec nel Pacifico. Quest'ultima è una delle più profonde fosse oceaniche e raggiunge la profondità di 10.047 metri.

È arrivata così l'amara scoperta: nel tessuto adiposo dei crostacei erano presenti bifenili policlorurati (PCB) ed eteri di difenile polibromurato (PBDE), comunemente utilizzati come isolanti elettrici e ritardanti di fiamma.

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“Noi continuiamo a pensare dell'oceano profondo come un regno remoto e incontaminato, al sicuro dall'impatto umano, ma la nostra ricerca dimostra che, purtroppo, questo non potrebbe essere più lontano dalla verità. Gli anfipodi studiati contenevano livelli di contaminazione simili a quello trovati a Suruga Bay, una delle zone industriali più inquinate del nord-ovest del Pacificospiega il dott. Jamieson.

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Secondo gli scienziati, il passo successivo sarà quello di capire le conseguenze di questa contaminazione e gli effetti a catena che potrebbero abbattersi sull'intero ecosistema.

Francesca Mancuso

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