diga Gibe III

Una grande opera ingegneristica, la diga Gibe III, è stata appena inaugurata in Etiopia. Ma a che prezzo? Non stiamo parlando del denaro necessario alla realizzazione dell'opera ma ai costi umani e ambientali. Già, perché la diga potrebbe ha messo fine alle esondazioni naturali del fiume Omo in Etiopia, da cui dipendono direttamente 100.000 indigeni e altri 100.000 indirettamente e potrebbe anche segnare la fine del lago Turkana in Kenya.

Considerata una delle più controverse dighe della storia, la Gibe III ha una capacità installata di 1870 MW ed la più grande al mondo del suo tipo. È stata realizzata dall'azienda italiana Salini Impregilo, secondo cui la diga “quasi duplicherà la produzione elettrica del Paese dell’Africa orientale con l’obiettivo di modernizzare la sua economia, diventando un hub energetico regionale”.

Situata sul fiume Omo a 450 kilometri a sud ovest della capitale Addis Abeba, la diga è l’ultima di una serie di opere realizzate dal Paese per sfruttare le sue riserve idriche. Ma potrebbe anche segnare la fine del lago Turkana, il più grande lago in luogo desertico del mondo.

Una montagna di cemento minaccia le popolazioni della Valle dell'Omo. Per la realizzazione della diga sono stati necessari 6,2 milioni di metri cubi di calcestruzzo, un volume pari a 2 volte e mezza la Piramide di Giza in Egitto.

“L’invaso creato dalla diga contiene 15 miliardi di metri cubi d’acqua, equivalente alla metà del volume del Lago Tana, il più grande d’Etiopia. Con le sue dieci turbine Francis, la capacità installata dell’opera è pari a quella di due centrali nucleari spiega Salini Impregilo, secondo cui l'opera ha dato lavoro a circa 20mila etiopici duranye la costruzioni.

A difesa delle popolazioni indigene, Survival ha presentato un'istanza formale al Punto di Contatto Nazionale dell’OCSE, tutt’ora in corso di valutazione. Ma nel frattempo hanno sono stati avviati anche i progetti per la costruzione delle dighe Gibe IV e Gibe V, che si trovano più a valle.

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Greg Lupe/Survival

Promesse disattese. Secondo quanto riferito da Survival, il governo etiope e la Salini avevano assicurato che le esondazioni artificiali avrebbero sostituito quelle naturali, ma nei due anni passati le autorità non hanno rilasciato abbastanza acqua per gli indigeni.

“Cos’è che viene davvero inaugurato oggi? Fame, insicurezza e la distruzione ambientale crescenti” ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Per anni gli esperti hanno sollecitato il governo e la Salini a essere prudenti ma loro non hanno ascoltato. Magari cercheranno di descrivere la carestia che ne deriverà come un disastro naturale, ma questa miseria è opera loro.”

LEGGI anche: LA DIGA ITALIANA CHE MINACCIA GLI INDIGENI DELLA VALLE DELL'OMO

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Eric Lafforgue/Survival

Oggi la situazione è drammatica. Molti indigeni dipendono dagli aiuti alimentari, che non vengono distribuiti regolarmente o in quantità sufficienti.

“Il fiume non provvede più a noi” ha detto un testimone a un membro del consiglio di International Rivers. “Il mio popolo deve affrontare gravi problemi. Gli aiuti non sono sufficienti per vivere. Il fiume continua a scendere. Ci sono ancora i coccodrilli, ma anche loro hanno problemi. I pesci faticano a depositare le loro uova. Ogni anno c’è sempre meno pesce.”

Come se non bastasse, la regione ospita al proprio interno due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali.

Qualcosa possisamo fare per le popolazioni indigene. È possibile aderire all'appello di Survival e inviare una e-mail al Direttore generale della Cooperazione Giampaolo Cantini e alla Direttrice dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo Laura Frigenti per chiedere loro di assicurarsi che i soldi dei contribuenti italiani non siano usati, direttamente o indirettamente, per sostenere questi sfratti. Magra consolazione,

Francesca Mancuso

foto cover Eric Lafforgue/Survival

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