John Mpaliza

È in marcia per la pace John Mpaliza. Proprio in queste ore, infatti, il quarantasettenne cittadino italiano di origine congolese sta completando il cammino che da Reggio Emilia lo condurrà a Bruxelles, dove l'arrivo è previsto per giovedì 8 dicembre. Un cammino che si concluderà con la presentazione di una petizione al Parlamento Europeo per chiedere alla comunità internazionale di porre fine alla guerra in Congo legata anche al coltan.

A Liegi, in Belgio, una grande comunità di Congolesi si unirà alla marcia. Ad attendere John e i suoi sostenitori sarà l'europarlamentare Cécile Kyenge, anch'essa di origini congolesi. Mpaliza presenterà una petizione in cui chiederà alle istituzioni internazionali di adoperarsi con tutti i mezzi a loro disposizione per far cessare il vero e proprio genocidio che si sta consumando in Congo, in particolare nella zona intorno a Beni, nella regione del Kivu. Si stima che quello del Congo sia il più grande genocidio avvenuto dalla Seconda Guerra Mondiale ai giorni nostri, con un altissimo numero di vittime, circa 8 milioni.

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Partito il 23 ottobre scorso da Reggio Emilia, città in cui vive da più di 20 anni, John Mpaliza non è nuovo a imprese del genere. È dal 2010 che intraprende cammini in moltissime città italiane ed europee, facendosi portavoce di un messaggio di pace universale, che dal Congo si estenda a tutte le altre zone di guerra nel mondo. Questa sua attività gli è valsa l'appellativo di Peace Walking Man, ovvero Camminatore per la Pace, definizione con cui è ormai generalmente conosciuto.

Questa volta il Peace Walking Man percorrerà in totale circa 1500 chilometri in 47 giorni per sensibilizzare cittadini, associazioni e istituzioni su una guerra dimenticata, che sta martoriando la Repubblica Democratica del Congo da circa un ventennio. Una guerra sporca spesso etichettata dai media occidentali come guerra tribale, ma che in realtà viene combattuta da miliziani e guerrigllieri ribelli contro civili inermi per l'accaparramento di una risorsa strategica e di cruciale importanza economica per le società ipertecnologiche del Nord del mondo: il coltan.

john mpalizafoto

Coltan, il minerale insanguinato

Quest'ultimo è un minerale metallico formato dalla combinazione di columbite e tantalite. Molto resistente alla corrosione, si presenta sotto forma di sabbia nera, leggermente radioattiva, ed è divenuto negli ultimi anni un minerale strategico per l'economia mondiale, trovando impiego in tutti i dispositivi elettronici e soprattutto nelle apparecchiature hi-tech. Inizialmente utilizzato prevalentemente nell'industria missilistica e nel settore aerospaziale, ha recentemente conosciuto uno sviluppo commerciale prodigioso, tanto che ormai è praticamente impossibile farne a meno.

Il coltan si trova nei cellulari, nei tablet, nei pc, nelle consolle dei videogiochi, nei sistemi satellitari, nelle telecamere, nelle macchine fotografiche, nelle fibre ottiche, negli air bag e persino nelle apparecchiature chirurgiche. Questo minerale risulta fondamentale per due motivi. Innanzitutto perché la polvere metallica di coltan riesce ad ottimizzare le prestazioni dei circuiti elettici presenti nei chip, aumentandone la potenza ma riducendo al contempo il consumo energetico.

Il condensatore al tantalio ha consentito di ovviare a quello che rappresentava uno dei principali problemi della moderna tecnologia hi-tech, ovvero la scarsa durata delle batterie, soprattutto nel caso dei dispositivi portatili.

L'altro fattore che ha reso praticamente imprescindibile il coltan nello sviluppo degli apparecchi elettronici di ultima generazione è costituito dalla sue ridotte dimensioni: questo materiale è impiegato nella forma di microcondensatore e il suo utilizzo ha consentito la produzione di smartphone, tablet e laptop sempre più piccoli, sottili e maneggevoli. Ha soppiantato il condensatore in ceramica, suo principale concorrente, proprio perché quest'ultimo non è competitivo sul piano delle dimensioni, non potendo essere realizzato in un formato ridotto, compatibile con i moderni apparecchi hi-tech.

L'80% delle riserve mondiali di coltan si trova in Congo, in particolare nella regione nord-orientale di Kivu, quella da cui proviene John Mpaliza. A causa della guerra in corso per il controllo del coltan John ha perso alcuni parenti, e la sorella risulta ancora dispersa.

Riassumendo, il Coltan:

  • è usato in quasi tutti gli apparecchi tecnologi
  • ottimizza le prestazioni
  • ha ridotte dimensioni
  • Si trova principalmente in Congo

La triste storia di John

Proprio di ritorno da un viaggio nel suo Paese, Johnn ha realizzato che non poteva più rimanere in silenzio e che doveva agire per sensibilizzare associazioni, istituzioni e semplici cittadini su questa tragedia dimenticata. Ha scelto questa forma singolare di lotta non violenta, traendo ispirazione dal cammino di Santiago, sua prima esperienza di marcia per la pace. In seguito ha intrapreso altre marce verso altre città italiane ed europee, tra cui Reggio Calabria, Roma, Helsinki, sempre partendo da Reggio Emilia, dove John vive e dove lavorava fino a poco tempo fa. John è ingegnere informatico e lavorava come programmatore presso il comune di Reggio Emilia. Due anni fa ha deciso di lasciare un lavoro sicuro e gratificante per dedicarsi a tempo pieno alla causa congolese e a diffondere un messaggio universale di pace e giustizia.

Questa che è partita il 23 ottobre scorso e che si concluderà giovedì prossimo è una marcia a staffetta, nel senso che chiunque può decidere di condividere uno o più pezzi di cammimo con John, marciando insieme a lui per una o più tappe con la finalità di portare un messaggio di pace al mondo intero e di far luce su quello che avviene quotidianamente in Congo. Il Congo potrebbe esssere un paese ricchissimo, data l'abbondanza di materie prime, tra cui oo, manganite, cobalto e coltan ovviamente. E invece è un paese “ricco da morire” come ripete spesso amaramente John Mpaliza. Nel senso che proprio la potenziale ricchezza geologica e mineraria si è trasformata purtroppo in una condanna a morte per il popolo congolese.

Le violenze per il Coltan su donne e bambini

In Congo tantissimi bambini muoiono perché inghiottiti dai crepacci nelle miniere di coltan o perché vittime di incidenti causati da frane mentre scavano a mani nude alla ricera di questo prezioso minerale. Oppure muoiono perché, dopo qualche anno di lavoro estrattivo, contraggono tumori o malattie al sistema linfatico provocate dall' uranio presente nel coltan. Altri ancora muoiono in combattimento dopo essere stati arruolati come soldati nelle milizie antigovernative che controllano le zone di estrazione, al confine con Rwanda e Uganda. E insieme a loro muoiono centinaia e centinaia di migliaia di civili innocenti, vittime di una guerra che ognuno di noi alimenta, spesso inconsapevolmente.

Migliaia di donne vengono stuprate da parte dei miliziani per destabilizzare e terrorizzare la popolazione. Migliaia di profughi sono costretti ad abbandonare le proprie case per sottrarsi all'inferno di violenze e soprusi. Per non parlare poi del disastroso impatto ambientale dell'attività di estrazione intensiva: il Parco nazionale di Kahuzi-Biega e la riserva naturale di Okapi sono praticamente devastati e la fauna locale è a rischio estinzione. La regione del Kivu è molto distante dalla capitale Kinshasa, e soprattutto non esistono infrastrutture che la colleghino al resto del Paese.

Per i guerriglieri delle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR) è stato abbastanza semplice insediarsi in quella regione e controllare le zone di estrazione, finanziandosi con i soldi delle multinazionali dell'hi-tech. La situazione di estrema instabilità politica fa comodo ai grandi marchi dell'elettronica, che approfittano del basso costo della manodopera, di condizioni di lavoro disumane, della mancanza di regolamentazione e controlli per speculare sul prezzo finale, lucrando ingenti profitti. In Congo, il coltan viene venduto ad un prezzo massimo di un dollaro al chilo, mentre in Europa arriva a costare anche 600 dollari.

Si stima che per ogni chilo di coltan estratto muoiano 2 persone, spesso bambini. A volte i portatori muoiono letteralmente di stenti nel tragitto che dalla miniera conduce a Goma, principale centro di smistamento di questo minerale. Siamo corresponsabili anche noi, che cambiamo il nostro smartphone per seguire la moda e non per reale necessità. Che molto spesso abbiamo 2 cellulari, a volte addirittura tre. E se prima eravamo all'oscuro di tutte queste dinamiche, ora non possiamo più chiudere gli occhi di fronte ad una situazione così vergognosa.

Insomma, ribadiamo che per colpa del coltan:

  • muoiono i bambini 
  • si ammalano i bambini
  • le donne vengono stuprate
  • si alimenta la piaga dei bambini soldato, che controllano le miniere
  • si mettono a rischio animali e ambiente
  • i lavoratori delle miniere sono schiavi
  • la manodopera è sottopagata
  • si arrichiscono (solo) le multinazionali

Cosa possiamo fare per porre fine a quest'ecatombe?

Innanzitutto, firmiamo la petizione che John Mpaliza presenterà al Parlamento Europeo. Poi cerchiamo di parlare di questi temi ad amici e conoscenti, perché il passaparola può essere molto efficace in questi casi e spesso costituisce la leva che spinge le persone a prendere coscienza di alcune situazioni.

Più concretamente, quando il nostro smartphone smetterà di funzionare, potremo decidere di acquistare un fairphone, vale a dire un telefono prodotto nel rispetto dei diritti umani e di condizioni lavorative dignitose e a basso impatto ambientale. Il fairphone è prodotto da una ditta olandese che utilizza solo materie prime certificate, ovvero minerali e altri elementi che provengono da zone che non siano sotto il controllo di gruppi armati.

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Il fairphone utilizza il sistema operativo Android ed è l'unico smartphone ad essere completamente riparabile in tutte le sue componenti. Attualmente sul mercato è disponoibile la versione Fairphone 2, che risulta potenziata e assolutamente competitiva con analoghi modelli di famose multinazionali.

Nel medio termine, sarebbe importante fare pressione a livello politico per avviare una regolamentazione legislativa del settore che porti ad una reale tracciabilita del prodotto, analogamente a quanto è avvenuto qualche anno fa con la stipula del protocollo Kimberley, che regolamenta il mercato dei diamanti. Sarebbe opportuno riuscire ad ottenere una certificazione che consenta di distinguere in maniera chiara e inequivocabile il coltan prodotto senza sfruttare il lavoro minorile e nel rispetto dei diritti umani.

Riparabilità e riciclo sono gli altri fronti su cui puntare per il futuro, costringendo la grande indistria ad intraprendere percorsi virtuosi per l'uomo e l'ambiente.

Sarebbe importante costringere le multinazionali dell'elettronica ad investire nella riparazione delle apparechiature anziché alimentare in maniera sistematica l'obsolescenza programmata rendendo di fatto irreperibili sul mercato i pezzi di ricambio dei dispositivi. Spesso infatti siamo costretti a comprare un nuovo cellulare semplicemente perché non è disponibile sul mercato quel singolo pezzo di ricambio, mentre le altre componenti del telefonino sono perfettamente funzionanti.

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Infine, sarebbe fondamnentale poter riciclare il coltan dai cellulari che non usiamo più. Quando il telefono 'muore', il coltan al suo interno è comunque riutilizzabile. Un po' come avviene quando rottamiamo un'automobile, da cui si riescono a recuperare molte parti in plastica, gomma e acciaio, potremmo rottamare il cellulare salvando ll coltan presente nei circuiti elettrici.

Pensiamoci, prima di buttare un telefonino ancora funzionante soltanto per accaparrarci l'ultimo modello lanciato sul mercato, ancora di più in questi giorni frenetici di shopping natalizio. Prima di acquistare o regalare uno smartphone a qualcuno, pensiamo a John Mpaliza, ma soprattutto alle donne e ai bambini congolesi e a tutti coloro che hanno avuto la sventura di nascere in quel Paese “ricco da morire”.

Firma la petizione

Angela Petrella

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