centrale carbone saline ioniche

La centrale a carbone di Saline Joniche non s'ha da fare, né oggi, né mai. La SEI, il consorzio che voleva costruire una centrale a carbone a Saline Joniche, sui ruderi di un vecchio impianto chimico, ha ufficialmente rinunciato al suo scellerato e obsoleto progetto.

"Tramonta così, dopo 9 anni, l'ultima minaccia di nuovo carbone in Italia. È una vittoria dei comitati locali, che in questi anni non si sono mai arresi; degli attivisti svizzeri, capaci di vincere un referendum per impedire a Repower, capofila del progetto, di portare il carbone sulla costa dei Gelsomini; e delle associazioni ambientaliste, che con più mezzi - e anche nei tribunali - hanno sfidato la SEI", commenta Greenpeace, a due mesi dalla azione delle sue squadre di climber, che a Ottobre avevano scalato la ciminiera dell’impianto per tracciare la scritta “STOP CARBONE”, lunga circa 70 metri, leggibile fino a due chilometri di distanza. 

È durata 9 lunghi anni la lotta e la resistenza contro questo progetto pericoloso e, soprattutto, figlio di una ormai superata politica energetica fossile. In Europa il Belgio, le tre Repubbliche Baltiche e altri Paesi ancora hanno già chiuso tutte le centrali a carbone; il Portogallo lo farà entro il 2020; Regno Unito, Finlandia e Austria entro il 2025; i Paesi Bassi entro il 2030.

"Greenpeace chiede al governo, che ha già dichiarato più volte di voler abbandonare il carbone, di indicare una data precisa: oggi contribuisce per una quota modesta della produzione elettrica nazionale e potrà essere facilmente rimpiazzato, nei prossimi anni, dalle energie rinnovabili, il cui costo è in costante discesa e le cui tecnologie sono mature e affidabili", aggiunge l'associazione ambientalista.

La centrale a carbone di Saline Ioniche

Il progetto di una centrale a carbone a Saline Joniche risale al 2008, quando la S.E.I. S.p.A. - un consorzio che aveva come azionista principale l’elvetica Repower – chiese l'autorizzazione alla costruzione e all'esercizio di una centrale termoelettrica di 1320 megawatt, convertendo gli spazi e le strutture in rovina dell’ex Liquichimica. Da allora i comitati e le associazioni locali, nonché Greenpeace, Legambiente e WWF, hanno condotto una battaglia legale, che ha avuto il suo culmine con una sentenza del Consiglio di Stato: ribaltando un pronunciamento del TAR del Lazio – si dava il via libera alla realizzazione della centrale, previa un'intesa forte tra lo Stato e la regione Calabria. Nel frattempo Repower è stata costretta da un referendum tenutosi nel Cantone dei Grigioni – con cui i cittadini hanno decretato che le società a partecipazione cantonale non possono investire nella costruzione di centrali a carbone – ad abbandonare il progetto. La S.E.I. risultava in liquidazione, ma il procedimento per l'autorizzazione era fino a oggi ancora pendente e si temeva che il progetto con le autorizzazioni potesse essere ceduto a un’altra società.

Per fortuna non è andata così. La centrale a carbone di Saline Ioniche non vedrà mai la luce.

carbone saline

"Hanno vinto i calabresi onesti. Ha vinto Davide contro Golia. Ha perso la "politica". Orgogliosi di questo risultato attendiamo adesso, con la fiducia di sempre, che il processo ancora in atto contro Paolo, Noemi e Domenico si concluda al più presto con lo stesso esito. NO al CALBONE a Saline e ovunque. Grazie a tutti NOI", esultano i comitati locali.

 

 

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