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Meno ecoreati, più arresti: si potrebbe sintetizzare così il nuovo rapporto di Legambiente sulle ecomafie che, a seguito dell’introduzione nel Codice penale della legge sui delitti ambientali e di un’azione repressiva più efficace, mostra una lieve inversione di tendenza sul fronte dei crimini ambientali. Tuttavia, se il quadro complessivo è migliore rispetto ad un anno fa, preoccupa l'impennata di alcuni illeciti, in particolare quelli legati alla filiera agro-alimentare.

Nel 2015 sono stati accertati complessivamente 27.745 reati ambientali (erano 29.293 nel 2014), con 188 arresti, 24.623 persone denunciate e 7.055 sequestri. Questi e molti altri dati sono contenuti nel rapporto Ecomafia 2016. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia, edito da Edizioni Ambiente con il sostegno di Cobat, e presentato ieri a Roma.

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Il testo racconta il lento ma importante cambiamento avviato nel 2015, con l’approvazione della legge sugli ecoreati. Attesa per oltre 20 anni, la legge 68/2015 ha infatti introdotto nel  nostro Codice penale quattro nuovi reati: il delitto di inquinamento ambientale, il delitto di disastro ambientale, il delitto di traffico e abbandono di materiale di alta radioattività e il delitto di impedimento del controllo.

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Ma la strada da fare è ancora lunga. Nonostante una maggiore attenzione al tema dei crimini contro l’ambiente, sono in netta crescita i reati relativi alla filiera agro-alimentare, i crimini contro gli animali e gli incendi. Questi ultimi, in particolare, hanno fatto registrare un’impennata del 49%, con oltre 37.000 ettari di vegetazione andati in fumo, in particolare in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.

Ma a preoccupare di più sono gli illeciti legati all’agroalimentare: nel corso del 2015 sono stati accertati 20.706 reati e ci sono stati 4.214 sequestri, per un valore che supera i 586 milioni di euro. Tra le tipologie specifiche di crimini agroalimentari, la contraffazione è tra le più diffuse e colpisce principalmente i prodotti a marchio protetto. In allarmante espansione anche il fenomeno del caporalato, che è stato riscontrato in circa 80 distretti agricoli, distribuiti da nord a sud. Nel 2015 le ispezioni sono cresciute del 59%, con esiti estremamente negativi: oltre il 56% dei lavoratori trovati nelle aziende ispezionate è risultato parzialmente o totalmente irregolare.

Sono invece in calo, dopo il boom degli anni scorsi, i reati collegati al cemento e al ciclo dei rifiuti. Per quanto riguarda il cemento, nel 2015 sono stati accertati quasi 5.000 reati, ben 13 al giorno, e sono stati effettuati 1.275 sequestri. Gli immobili completamente fuorilegge costruiti nel 2015 sarebbero 18.000. Sul fronte del traffico illecito dei rifiuti, al 31 maggio 2016 le inchieste erano 314, con 1.602 arresti, 7.437 denunce e 871 aziende coinvolte in tutte le regioni d’Italia, a cui si aggiungono 35 Stati esteri, per un totale di oltre 47,5 milioni di tonnellate di rifiuti finiti sotto i sigilli.

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Nel complesso, il giro di affari collegato alle ecomafie è sensibilmente calato, passando dai 22 miliardi del 2014 a 18 miliardi, ma la criminalità organizzata, con ben 326 clan censiti, continua la sua pressione, in particolare nelle aree boschive e agricole e nel mercato illegale del legno, del pellet e della biodiversità, con ben 8.358 reati commessi nell'ambito del racket degli animali.

Anche la corruzione, che è il volto "moderno" delle ecomafie, è un fenomeno dilagante e colpisce ormai tutto il territorio nazionale. Dal 1 gennaio 2010 al 31 maggio 2016, in particolare, Legambiente ha contato 302 inchieste relative alla corruzione in materia ambientale, con 2.666 persone arrestate e 2.776 denunciate. La Lombardia è la regione con il numero più alto di indagini (40), seguita da Campania (39), Lazio (38), Sicilia (32) e Calabria (27).

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“Anche quest’anno il Rapporto Ecomafia" - dichiara Rossella Muroni, Presidente nazionale di Legambiente - "ci racconta il brutto dell’Italia, segnata ancora da tante illegalità ambientali, ma in questa edizione 2016 leggiamo alcuni fenomeni interessanti che lasciano ben sperare. Dati e numeri, in parte in flessione, che dimostrano quali effetti può innescare un impianto normativo più efficace e robusto come i nuovi ecoreati, in grado di aiutare soprattutto la prevenzione oltreché la repressione dei fenomeni criminali. La prevenzione è la moneta buona che scaccia quella cattiva: è necessario creare lavoro, filoni di sviluppo economico e produttivo nei territori più a rischio, sostenere le centinaia e centinaia di cooperative e di imprese che anche nel sud stanno cercando di invertire la rotta, puntando su qualità ambientale e legalità. E nel prevenire le ecomafie, oltre all’impegno dei territori e dei singoli cittadini, è importante una presenza costante dello Stato, che deve essere credibile e dare risposte sempre più ferme, perché quando lo Stato è assente la criminalità organizzata avanza con facilità invadendo i territori, l’ambiente e le comunità locali. Quando invece lo Stato è presente, difficilmente gli ecomafiosi possono rubare e uccidere il nostro futuro”.

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Nonostante il calo complessivo dei reati, il rapporto mostra anche come, nel 2015, sia cresciuta l’incidenza degli illeciti nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), con ben 13.388 episodi registrati, il 48,3% del totale nazionale (nel 2014 l’incidenza era del 44,6%). La Campania, con 4.277 reati (più del 15% rispetto al dato complessivo nazionale), è la regione con il maggior numero di illeciti ambientali, seguita da Sicilia (4.001), Calabria (2.673), Puglia (2.437) e Lazio (2.431).

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“Dopo la legge sugli ecoreati e quella sulle agenzie ambientali” – dichiara Stefano Ciafani, Direttore generale di Legambiente – “è fondamentale che il Parlamento approvi altre leggi in questa ultima parte di legislatura, che permettano di contrastare sempre più duramente le ecomafie, liberare il Paese dalla zavorra delle illegalità e promuovere la sua riconversione ecologica. C’è bisogno con urgenza della legge sui delitti contro gli animali, della norma per semplificare l’abbattimento degli ecomostri, di quella contro le agromafie e della costituzione di una grande polizia ambientale sempre più strutturata sul territorio che faccia tesoro dalle migliori esperienze maturate dall’Arma dei carabinieri e dal Corpo forestale dello Stato negli ultimi decenni”.

Se, insomma, il 2015 è stato un anno spartiacque, grazie all’introduzione della legge 68/2015, moltissimo è ancora da fare, sia sul piano normativo che su quello del coordinamento degli organi inquirenti e giudicanti, per arginare la criminalità ambientale, che si conferma ancora una volta un male diffuso e pervasivo. Una zavorra che grava sull'economia del nostro Paese e sul futuro delle nuove generazioni.

Lisa Vagnozzi

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