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Continua il furto di terre ai danni delle popolazioni indigene. Questa volta non siamo in America Latina, ma nell’Africa sudorientale, dove un ambizioso progetto di sviluppo agricolo sta causando lo sfratto di intere comunità. Il tutto con il sostegno della Banca Mondiale, che è tra i principali finanziatori del programma.

Il gruppo di Washington, il cui compito è di lottare contro la povertà a livello globale e di organizzare aiuti e finanziamenti nei confronti degli Stati in difficoltà, ha appena concesso ad un imponente progetto agro-alimentare in Tanzania di eludere la sua normativa riguardo ai popoli indigeni (la cosiddetta World Bank Indigenous Peoples Policy), accrescendo così i timori di una ripresa delle discriminazioni ai danni delle comunità native.

Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani e anche alcuni Governi, infatti, fanno notare come questa mossa finisca per stabilire un pericolosissimo precedente.

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In gioco ci sono i 70 milioni di dollari del prestito che la Banca Mondiale ha elargito al Governo della Tanzania per finanziare il progetto SAGCOT (Southern Agricultural Growth Corridor of Tanzania), un programma ventennale di sviluppo agricolo da portare avanti con il sostegno di investitori stranieri. Tuttavia, buona parte dei terreni fertili che SAGCOT sta trasferendo agli investitori sono stati sottratti con la forza a comunità indigene locali, come i Masai e i Barabaig, che li utilizzavano tradizionalmente per far pascolare le loro greggi.

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"In Tanzania è come se non esistessimo." - ha spiegato in proposito Salumu Kundaya Kidomwita, un pastore sessantenne della comunità Barabaig – “È come se questo non fosse il nostro Paese."

Kidomwita e la sua numerosa famiglia hanno dovuto affrontare due sfratti in meno di dieci anni. Dopo essere stati scacciati della loro casa nel 2008 per far posto ad una piantagione di riso, oggi il loro villaggio viene smantellato per lasciaer spazio a una diga che fornirà l’acqua necessaria a mantenere le coltivazioni di riso e zucchero del progetto SAGCOT.

"Il Governo locale ci ha detto che dobbiamo andare via, senza spiegarci il perché. Ma noi lo sappiamo.” – gli fa eco il quarantacinquenne Nevdu Gileksa – “Loro sono chiamati investitori. Noi siamo chiamati invasori."

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Il Governo della Tanzania sostiene che nel Paese africano non esistano gruppi etnici più indigeni di altri e che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge, come previsto dalla Costituzione: e, proprio seguendo questa linea, ha chiesto alla Banca Mondiale di non applicare nel Paese la sua politica riguardo alle minoranze indigene, che prevede che un progetto, per poter essere portato avanti, riceva un ampio sostegno da parte delle comunità autoctone.

Una deroga che la Banca Mondiale ha approvato lo scorso 10 marzo. Secondo il gruppo di Washington, però, quella decisione non costituirebbe un precedente, perché eventuali deroghe analoghe dovrebbero essere decise di volta in volta, valutando i casi specifici.

Inoltre, la Banca fa sapere che implementerà “misure per garantire che [le minoranze indigene, ndr.] siano coinvolte in un processo di libera consultazione, prioritario e informato; che eventuali effetti negativi su tali gruppi siano attenuati; che tutti i gruppi beneficino del progetto in modo socialmente appropriato; ed è a loro disposizione una procedura per ottenere risarcimenti.”

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Tuttavia, le comunità indigene della Tanzania raccontano una storia drammaticamente diversa, fatta di violenze e discriminazioni quotidiane, portate avanti per favorire uno sviluppo economico che, di fatto, le esclude e marginalizza, privandole degli strumenti di sussistenza e di prospettive per il futuro.

Lisa Vagnozzi

Photo Credits

 

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