Accordo_di_CopenhagenCome volevasi dimostrare l'accordo di Copenhagen rischia di risolversi in una bolla di sapone. Il 31 gennaio scorso è scaduto il termine per l'adesione, da parte delle Nazioni firmatarie dell'accordo, all'impegno di riduzione dei gas serra (GHG) entro il 2020. E sapete cosa è successo? Nessuna novità all'orizzonte: gli impegni comunicati dai vari Paesi sono infatti sostanzialmente gli stessi di quelli resi noti prima del summit di dicembre in Danimarca. Insomma niente di nuovo all'orizzonte: di questo passo non sarà infatti possibile impedire che l'aumento della temperatura media mondiale non superi i 2° gradi, obiettivo che ci si era posti a Copenhagen.

Come spiega infatti il rapporto di Greenpeace intitolato "Il terzo grado", che esamina le implicazioni degli impegni di riduzione di emissioni di gas serra assunti dalle Nazioni, le intenzioni comunicate fino a questo momento ci portano dritti a un innalzamento delle temperature stimabile intorno ai 3°/3,5°. Insomma, non ci tratta certo di una buona notizia.

Sempre secondo Greenpeace, rispetto ai valori precedenti l'era industriale, la temperatura globale è già aumentata di circa 0,8°C e indagini recenti confermano che nell'emisfero settentrionale non ci sono stati periodi così caldi negli ultimi 1.300/1.700 anni. Il permafrost (suolo congelato da migliaia di anni nelle regioni artiche) ha cominciato a sciogliersi, come i ghiacciai continentali o le calotte polari. Il cambiamento climatico è quindi già realtà, ma aumentando le concentrazioni atmosferiche di GHG anche i rischi si moltiplicano. Dovremmo quindi darci da fare per impedirlo, anche perché - come molti scienziati sostengono da tempo - ci sono alcuni "punti di non ritorno" superati i quali i cambiamenti potrebbero prodursi in modo rapido, con "salti" da cui sarebbe difficile tornare indietro in tempi brevi.

Ma torniamo a Copenhagen. Come ormai sappiamo tutti, la firma non vincolante da parte dei vari governi sulle emissioni di gas serra ha rappresentato - se non il miglior risultato possibile - il massimo che si poteva ottenere dalla conferenza, ferma restando la fiducia su un accordo che contiene efficaci indicazioni di controllo sulla politica climatica internazionale. C'è anche da dire che le Nazioni Unite hanno indicato il 31 gennaio come termine di scadenza "flessibile" o più precisamente "morbido", come lo ha definito Yvo De Boer, il numero uno dell'Onu in materia di clima. Quello che quindi ci si augura è che nei prossimi giorni possa cambiare qualcosa nel quadro generale che si sta definendo.

Nel frattempo la lista dei Paesi che hanno manifestato il proprio impegno a favore della difesa del clima, pubblicato su US Climate Action Network parla chiaro. I target annunciati, in termini di tagli alle emissioni per il 2020, appaiono abbastanza sottotono un po' per tutti i Paesi aderenti all'accordo.

La Nuova Zelanda, la cui adesione è arrivata recentemente, ha annunciato di voler diminuire entro il 2020 le proprie emissioni in un range variabile che va dal 10 al 20% rispetto ai livelli del 1990. L'Unione europea, parla invece di una riduzione che va dal 20 al 30%, la Cina dal 40 al 45% e gli Stati Uniti? L'impegno di riduzione assunto da Obama rimane del 17% delle emissioni, ma rispetto al 2005., dunque il 4% se rapportato al 1990. Insomma poca roba visto che la quasi totalità dei Paesi sviluppati è infatti ancora lontana da quanto ci si aspettasse, eccetto Giappone e Norvegia.

Una possibile complicazione potrebbe venire da alcuni Paesi, tra cui Cina e India, che hanno scritto alle Nazioni Unite fornendo i target 2020, ma senza dare esplicito sostegno all'Accordo di Copenhagen. Apprezzabile invece lo sforzo del Brasile, della Corea del Sud e del Sud Africa, che si sono formalmente impegnati per l'ambiente rispettivamente con il 39%, il 30%, il 34% delle riduzioni. Cuba ha invece formalmente respinto l'accordo perché non le è stato consentito di partecipare allo sviluppo del documento.

Tirando dunque le somme, la situazione che si va profilando al momento non sembra affatto buona visto che la maggior parte delle promesse fatte dai Paesi industrializzati risultano al momento insufficienti. Secondo Alessandro Gianni, direttore delle campagne di Greenpeace, l'accordo di Copenhagen sarebbe al momento solo "un cinico esercizio di pubbliche relazioni per riciclare proposte vecchie, inutili e pericolose", insomma una vera e propria "bufala".

Non bisogna inoltre dimenticare che tutti questi impegni sono comunque subordinati alla firma di un accordo globale che dovrebbe essere sottoscritto nel corso della conferenza che si terrà a Cancun (Messico) alla fine del 2010 e che si porrà come obiettivo - ancora una volta - quello di evitare l'ulteriore aumento della temperatura globale del pianeta.

A questo punto però ci chiediamo come i grandi inquinatori del clima, che non sono riusciti a proporre niente di nuovo sulle emissioni, possano credere di trovare entro pochi anni i nuovi fondi promessi per sostenere i Paesi in via di sviluppo nel contenimento degli effetti del cambio climatico. Anche perché, per consentire a questi Paesi di passare a tecnologie pulite e di resistere al meglio ai terrificanti scenari che il disastro climatico ci prospetta, ci sarebbe bisogno di una cifra che si aggira intorno ai 140 miliardi di dollari l'anno. Uno sforzo economico da non sottovalutare.

Rosamaria Freda

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