discarica dei veleni

Discarica Bussi, tutti assolti. La motivazione lascia senza parole: l'acqua non era abbastanza avvelenata per integrare il reato contestato, con riferimento all'acquedotto gestito dall'Aca. Sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui i giudici della Corte di Assise di Chieti hanno prosciolto tutti gli imputati legati alle vicende della discarica dei veleni.

Tutte le accuse sono cadute: i tecnici e i dirigenti Montedison non volevano ledere la salute dei cittadini. Il reato, dunque, non sussiste. Ecco le motivazioni delle assoluzioni, così come sono state espresse dai giudici:

"Non vi era alcuna ragione sotto il profilo dell'interesse personale dei singoli imputati, ma anche nell'ottica di una sorta di interesse superiore ed unificante estrinsecantesi in direttive date in attuazione della politica di impresa volta a minimizzare i costi per la tutela ambientale".

Chi ha inquinato non voleva certo avvelenare i cittadini: "In quest'ottica cagionare volontariamente l'avvelenamento delle acque destinate ad una numerosa popolazione, con il rischio di far insorgere forme di malattia agevolmente riconducibili all'attività chimica svolta presso il sito di Bussi, avrebbe rappresentato una scelta non solo criminale, ma contraria allo stesso interesse alla prosecuzione dell'attività imprenditoriale"hanno sottolineato i giudici.

Pere che i 20 imputati del processo Bussi non fossero a conoscenza dell'esistenza della discarica Tre Monti, che fu costruita in sei mesi nel 1972 e poi sequestrata nel 2007. Insomma, gli imputati non solo ignoravano l'esistenza della discarica ma non avevano la consapevolezza di avvelenare.

Per quanto riguarda l'avvelenamento, infatti, non vi sarebbero prove sufficienti. Non bastano le prove che dimostrerebbero la conoscenza dell'inquinamento. I 20 imputati sono tutti dipendenti della ex Montedison e le motivazioni della loro totale assoluzione stanno facendo discutere.

In poche parole, gli imputati non possono essere accusati come responsabili di un disastro ambientale perché non ne erano a conoscenza. La volontarietà è stata esclusa, mentre è stata ammessa la colpa. Ma la colpa non è più punibile per via della prescrizione. Eppure l'inquinamento c'è e lo sversamento dei residui produttivi sarebbe proseguito per decenni.

LEGGI anche: Discarica di Bussi: tutti assolti. Un'altra vergogna italiana dopo il caso Eternit

I rifiuti della produzione industriale venivano sversati nel fiume Tirino tra il 1971 e il 1972. Poi venne adottato uno stratagemma differente: raccogliere le peci clorurate in cassoni di cemento o ferro che venivano interrati nella discarica abusiva di Tre Monti.

Secondo i giudici, con riferimento all'epoca dei fatti, fermare gli sversamenti nei fiumi decidendo di interrare i rifiuti sarebbe stata una mossa di "cautela ambientale". I giudici infatti ricordano che:

"L'interramento dei rifiuti costituiva una prassi ampiamente praticata, in assenza di normative in materia di smaltimento dei rifiuti. Del resto, se si considera che, prima dell'interramento in zona Tre Monti, i residui della produzione dei clorometani venivano direttamente sversati nel fiume, è agevole ritenere come l'aver optato per l'interramento, peraltro per un periodo temporale estremamente ridotto, all'epoca sarà apparso come un atteggiamento di estrema cautela ambientale".

Non c'è volontà, non c'è dolo, nessuna conoscenza dei fatti. Ancora una volta in Italia viene trasmesso il consueto messaggio: chi inquina non paga. Mai.

Consulta qui la sentenza del processo Bussi-Montedison.

Marta Albè

Fonte foto: abruzzolive.tv

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