ozono nasa2012

Il buco dell'ozono potrebbe richiudersi entro il 2050. La buona notizia arriva da un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) e dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Ma resta il problema del riscaldamento globale.

All'indomani, quindi, dell'allarme Onu su un effetto serra da record, arriva la good news che tutti aspettavamo da decenni.

Si tratta dell'Assessment for Decision-Makers - Scientific Assessment of Ozone Depletion: 2014, realizzato da oltre 300 scienziati del Global Ozone Research and Monitoring Project della World Meteorological Organization (Wmo), United Nations Environment Programme (Unep), National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) , Nasa e Commissione europea, ed è il primo aggiornamento globale in 4 anni.

Secondo il rapporto, il Protocollo di Montreal del 1987 contro i gas serra - come i clorofluorocarburi (Cfc) e gli halon (usati nei frigoriferi, nelle bombolette spray e nelle schiume isolanti o ignifughe) –, uno dei trattati ambientali di maggior successo al mondo, sta dando i suoi effetti dopo due decenni e dovrebbe essere in grado risolvere il problema entro il 2050.

Il Protocollo di Montreal ha infatti contribuito di molto alla riduzione delle emissioni globali di gas serra, ha protetto lo strato di ozono stratosferico e ha evitato che una maggiore radiazione UV raggiungesse la superficie terrestre: basti pensare che nel 1987 le sostanze dannose per l'ozono contribuivano con circa 10 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti all'anno e che il Protocollo le ha ridotte di oltre il 90%. La maggiore diminuzione dell'ozono in atmosfera nella maggior parte del mondo è avvenuta durante gli anni '80 ed all'inizio degli anni '90, poi è rimasto relativamente immutato dal 2000.

Ora il rapporto sottolinea che "l'eliminazione delle sostanze che riducono lo strato di ozono ha avuto uno spin-off positivo per il clima globale perché molte di queste sostanze sono anche potenti gas serra". Nel contempo, però, stanno aumentando alcuni sostituti che pure sono dei potenti gas serra, per cui, si legge nell'Assessment for Decision-Makers, "sono possibili approcci per evitare gli effetti climatici dannosi di questi sostituti".

I SOSTITUTI. Gli idrofluorocarburi (HFC), per esempio, non danneggerebbero lo strato di ozono, ma molti di essi sono comunque pericolosi gas serra e allo stato attuale rappresentano circa 0,5 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 equivalente all'anno. Se, come sta accadendo in questi anni, queste emissioni crescono ad un tasso di circa il 7% all'anno, anche gli Hfc potrebbero contribuire in modo significativo al cambiamento climatico nei prossimi decenni. A limitare i danni potrebbe essere la sostituzione dell'attuale mix di "high-GWP HFC" con composti alternativi come il "low GWP" o tecnologie "not-in-kind".

Il direttore esecutivo dell'Unep, Achim Steiner, afferma: "Il successo del Protocollo di Montreal dovrebbe incoraggiare ulteriori iniziative non solo per la protezione e ripristino dello strato di ozono, ma anche sul clima. Il 23 settembre, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ospiterà i capi di Stato di New York, nel tentativo di catalizzare l'azione globale sul clima. La comunità del Protocollo di Montreal, con i suoi risultati tangibili, è in grado di fornire una forte evidenza che la cooperazione globale e l'azione concertata sono gli ingredienti fondamentali per garantire la protezione dei nostri beni comuni globali".

Secondo il rapporto, inoltre quello che accadrà allo strato di ozono nella seconda metà del XXI secolo dipenderà in larga misura dalle concentrazioni di CO2, metano e protossido di azoto, che sono i tre principali gas serra a lunga vita presenti nell'atmosfera. Se da un lato CO2 e metano aumentano i livelli di ozono a livello mondiale, il protossido di azoto (che deriva dalla produzione alimentare), è sia un potente gas serra sia un gas in grado di diminuire l'ozono.

Conclude il segretario generale della Wmo, Michel Jarraud: "L'azione internazionale sullo strato di ozono è una grande storia di successo ambientale. Questo ci deve incoraggiare a visualizzare lo stesso livello di urgenza e di unità per affrontare la sfida ancora più grande dei cambiamenti climatici. Questa ultima valutazione fornisce ai decision-makers una solida base scientifica sull'intricata relazione tra ozono e clima e la necessità di misure reciproche di sostegno per proteggere la vita sulla terra per le generazioni future. Le attività umane continueranno a cambiare la composizione dell'atmosfera. Pertanto, il programma Global Atmosphere Watch della Wmo continuerà la sua attività essenziale di monitoraggio, ricerca e valutazione per fornire i dati scientifici necessari per comprendere e, infine, prevedere i cambiamenti ambientali, come ha fatto per i 25 anni passati".

Belle notizie, insomma, ma non illudiamoci: la strada da percorrere è ancora lunga e contorta. E serve il nostro impegno.

Germana Carillo

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