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Il mare di Sicilia, ricco di storia, impregnato di mito ma anche di petrolio. Un vero e proprio assalto quello subito dal mare siciliano a causa della caccia all'ultima goccia. Qui infatti si trivella per ottenere il 41% del totale nazionale del petrolio estratto dalle profondità marine. Ancora per poco. L'oro nero italiano potrebbe arrivare a coprire da solo appena un anno e mezzo di consumi al contrario di quanto sostiene il Governo italiano, rappresentato dla Premier Renzi. È quanto emerge dal nuovo dossier di Legambiente.

Il rapporto “Canale di Sicilia, da sogno blu a incubo nero” mette in evidenza i numeri della corsa al petrolio nell'isola da parte delle compagnie che ancora credono nelle fonti fossili. Un vero e proprio assalto quello subito dal mare siciliano da parte delle compagnie petrolifere: 12.908 i chilometri quadrati interessati dai 5 permessi di ricerca già rilasciati e da altre 15 richieste di concessione, ricerca e prospezione avanzate.

Le piattaforme oggi attive sono Gela 1, Gela Cluster, Perla e Prezioso, di proprietà di Eni Mediterranea Idrocarburi, e Vega A, di proprietà di Edison. Ma a queste potrebbero aggiungersene altre 4, oggi in fase di valutazione di impatto ambientale: due nel tratto di mare antistante Licata e Palma di Montechiaro e l'altra di fronte alla costa meridionale di Pantelleria. Per finire, c'è il progetto di ampliamento dell'attività estrattiva accanto alla piattaforma Vega A di Edison, a largo di Pozzallo, con un secondo impianto denominato Vega B.

Oggi nel canale di Sicilia vengono estratte 301.471 tonnellate di petrolio. La Regione Sicilia e il governo italiano, a dispetto delle intenzioni e delle promesse, stanno guardando con estremo interessE al petrolio dei mari siciliani, come dimostra l'accordo siglato di recente tra Regione, Assomineraria, EniMed, Edison e Irminio Srl per un impegno di investimento delle società petrolifere di circa 2,4 miliardi di euro per portare avanti le attività ed in particolare quelle nell'area marina di fronte la costa ragusana (Vega B) e a terra, sempre nella provincia di Ragusa.

La mappa che segue mostra le concessioni e le richieste delle compagnie petrolifere:

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Anche a terra, la Sicilia fa gola alle lobby del petrolio, con altri 5 impianti (Gela, Giurone, Irminio, Ragusa e S.Anna) per un totale di 714.223 tonnellate di petrolio (il 15% della produzione nazionale su terraferma).

Tutto questo accade mentre in Europa si cercano strategie per ampliare il ricorso alle fonti rinnovabili, per favorire politiche per l'efficienza energetica e per la riduzione delle emissioni inquinanti. Messaggio forse non recepito dai nostri rappresentanti che per sei mesi guideranno l'Europa. In testa Renzi che qualche giorno fa, durante un'intervista al Corriere della Sera ha detto: “È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l'energia e l’ambiente che hai in Sicilia e Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale di petrolio e del gas in Italia a dare lavoro a 40mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”. Volontà tutt'altro che celata.

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Goletta Verde di Legambiente rilancia proprio dalla Sicilia l'appello a Governo e al Parlamento affinché l'Italia possa ripartire da una rivoluzione energetica e sostenibile che faccia gli interessi dei cittadini piuttosto che quelli delle compagnie petrolifere: “Legambiente chiede a tutte le amministrazioni siciliane, alle associazioni di categoria, a partire da quelle della pesca e del turismo, agli enti parco e a tutti coloro che hanno a cuore la tutela del mare e del territorio siciliano, di fare fronte comune per fermare l’insensata corsa all’oro nero. Strada che, purtroppo, non sembra aver scelto di percorrere la Regione Sicilia”. L'appello arriva da Donnalucata, in provincia di Ragusa, dove ha fatto tappa Goletta Verde per presentare il dossier “Canale di Sicilia”.

Anche Greenpeace ha intenzione di agire concretamente contro le trivelle. L'associazione ha denunciato dalla nave Rainbow Warrior, ormeggiata al porto di Palermo, le omissioni del decreto che ha sancito la “compatibilità ambientale” del nuovo progetto di trivellazioni nel Canale di Sicilia. Chiedendo aiuto anche alle istituzioni locali, Greenpeace ha già avviato la procedura per presentare un ricorso contro il progetto “Off-shore Ibleo” di ENI, che prevede 8 pozzi, una piattaforma e vari gasdotti al largo della costa tra Gela e Licata.

“Questo decreto è scandaloso. La commissione che doveva valutare il rischio ambientale delle trivellazioni non lo ha fatto e non ha preso in considerazione il rischio da incidente rilevante” ha detto Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace. “Lo stesso decreto dichiara che stiamo parlando di impianti ad alto rischio industriale: è gravissimo che siano stati autorizzati quando ancora non sappiamo nemmeno quali sono gli scenari da valutare”.

Greenpeace ha inoltre lanciato una nuova petizione, inviando tutti a firmare contro le trivelle nei nostri mari.

Francesca Mancuso

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