COP15I negoziati alla Conferenza di Copenhagen sono stati sospesi. I Paesi africani hanno deciso di abbandonare i gruppi di lavoro. Lo avevano già fatto nei colloqui preliminari pre-vertice a Barcellona, ma la nuova protesta è dettata dalla certezza che i Paesi industrializzati non vogliano tenere fede agli impegni del Protocollo di Kyoto e rinnovare oltre il 2012 gli accordi di riduzione stabiliti dal trattato, così come proposto dalla coalizione dei Paesi in via di sviluppo.

"Stanno cercando di far precipitare tutto" e di "uccidere il Protocollo di Kyoto" ha accusato il capo della delegazione algerina Kamel Djemouai durante una conferenza stampa. È sul fronte della deforestazione, argomento cruciale del futuro trattato sulla quale fino a stamane sembrava essere raccolto il maggior consenso, ma che nel giro di mezz'ora si è infiammato, facendo sospendere i colloqui del gruppo di lavoro.

"Si tratta di un abbandono sul processo e sul metodo, non sulla sostanza, e ciò è deplorevole", ha commentato Penny Wong, il ministro australiano per la lotta al Cambiamento climatico. Precipita, insomma la situazione che proprio stamattina avevamo provato a tracciare illustrando le varie posizioni e sperando in un avvicinamento di queste verso una direzione comune. Ma il problema è ancora una volta sulla discrepanza cifre, quelle della riduzione dei gas serra e quella dei finanziamenti agli Stati poveri. Attualmente ancora troppo distanti.

La Cina, e tutto il G77, ovvero l'organizzazione dell'ONU che raccoglie 131 Paesi in via di sviluppo, continua a contestare la posizione degli Stati Uniti che si ostinano a non voler ratificare il Protocollo di Kyoto, mentre da più voci si chiede proprio la sua estensione fino al 2020.

È per questo che i Paesi in via di sviluppo esigono la convocazione di una riunione dedicata esclusivamente al post-Kyoto. Attualmente si sta cercando di far rientrare la protesta ed è in corso in particolare un incontro tra la presidenza danese della Conferenza capitanata da Connie Hedegaar e la Conferenza e i Paesi in via di sviluppo nel tentativo di "focalizzare rapidamente i punti cruciali" e soprattutto convincere gli Stati "ribelli" a recedere dalla loro decisione, per far ripartire così, con più serenità il negoziato, come auspicato dal capo della diplomazia Onu Yvo de Boer.

Simona Falasca

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