Grazie alla complicità dei poteri forti, ai blandi controlli, alle regole su misura, oggi l'Ilva è una barca alla deriva, con le casse vuote. Dove sono finiti i generosi profitti intascati grazie alla produzione d'acciaio a Taranto? Dove si nascondono i Riva? Che fine hanno fatto le risorse che avrebbero dovuto investire nel risanamento?

A cercare di fare chiarezza sui guadagni e sul modus operandi di chi guidava la fabbrica dei veleni è un servizio a firma di Sabrina Giannini andato in onda ieri nella consueta puntata del Lunedì di Report. Emilio, il fondatore del gruppo leader nella produzione dell'acciaio, è barricato nella sua villa con parco di Malnate. Il primogenito Fabio, invece, vive in un attico lussuoso vicino a Oxford street, cuore dello shopping di Londra.

"Trovare il suo rifugio non è stato facile – racconta la giornalista -, vive in affitto al quarto piano di questo palazzo nel cuore di Londra, l'appartamento è stato acquistato per 4 milioni di euro da una società costituita a Panama. Apparentemente non riconducibile ai Riva, che a Panama e in altri paradisi fiscali hanno aperto loro società. Raggiunto da mandato di cattura internazionale e irreperibile per due mesi, Fabio Riva si è costituito lo scorso gennaio a Scotland Yard ottenendo così la libertà vigilata su pagamento di una cauzione".

I magistrati della corona stanno valutando se accogliere la richiesta di estradizione. Ma, se di norma impiegano 2 mesi, a oggi ne sono passati ben 11. Forse perché "Fabio Riva non è un uomo qualunque, è il vicepresidente del quarto gruppo siderurgico d'Europa, la sua famiglia ha avuto anche un certo riguardo a portare molti soldi nel paradiso fiscale dell'isola di Jersey, alle dipendenze dirette di sua Maestà, la regina Elisabetta", continua la Giannini.

Ad appena un'ora di volo da Londra, infatti, nella più grande isola del canale della manica, ci sono più società offshore che abitanti, molti dei quali impegnanti nell'attività prevalente dell'isola: la gestione di fondi fiduciari. "Abbiamo chiesto invano un'intervista alla polizia, alla magistratura e ai gestori del trust Ubs dove i Riva avevano un miliardo e 200 milioni di euro. Fondi non tassabili, perché nel trust la proprietà risulta di altri, anche se in questo caso i beneficiari erano Emilio Riva e suo fratello Adriano", denuncia Report.

Il giro del mondo dei profitti Ilva è stato scoperto dal nucleo tributario della Guardia di Finanza di Milano a partire da una richiesta di scudo fiscale per un miliardo e duecento milioni di euro richiesto da Emilio Riva nel 2009. Tutto è partito da una dichiarazione falsa di Emilio e suo fratello Adriano, oggi indagati per truffa aggravata e trasferimento fraudolento di valori. A quel miliardo e 200 milioni, potrebbero aggiungersene altri 700 che la magistratura locale potrebbe mettere nella disponibilità degli inquirenti italiani. Il commissario straordinario Enrico Bondi ne avrebbe bisogno per iniziare il risanamento, poiché le casse dell'ILVA sono vuote. Non si capisce perché stia indugiando a presentare il piano degli interventi.

Il quadro che emerge dall'inchiesta è desolante. L'Ilva ha goduto di enormi favori, a volte gratuitamente a volte agevolati dalle mazzette. I governi hanno bloccato sistematicamente l'azione della magistratura, ritardando di fatto il risanamento. E i Riva hanno continuato a risparmiare e aumentare il profitto, finito nei paradisi fiscali, miscelando il catrame con scorie della lavorazione come il benzolo e naftalene, a discapito dell'ambiente e della salute, non soltanto dei tarantini.

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Roberta Ragni

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