profugo cambiamenti climatici

Ioane Teitiota, 37 anni, è il primo profugo a chiedere asilo per i cambiamenti climatici. L'isola dell'arcipelago delle Kiribati, nell'Oceano Pacifico, in cui viveva è stata travolta dall'innalzamento del livello dei mari causato dal riscaldamento globale.


Per questo è fuggito in Nuova Zelanda, dove, però, la legge concede asilo a chi "teme di essere perseguitato" o è "in pericolo di vita" al punto da "non aver un posto dove tornare". Ma Teitiota, davanti al giudice del tribunale, ha spiegato che "non c'è futuro a Kiribati, perché si tratta di isole appena 2 metri sopra il livello del mare", destinate, quindi, a essere sommerse dalle conseguenze del riscaldamento del clima e dello scioglimento dei ghiacciai. Questo le rende uno dei posti più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico.

L'eco-profugo, che è arrivato in Nuova Zelanda nel 2007 e ha tre figli nati lì, ha ribadito i rischi a cui andrebbe incontro se fosse costretto a tornare a Kiribati, dove non c'è più un lembo di terra in cui poter tornare a vivere tranquillamente. Questo ha aperto un forte dibattito giuridico su un'ipotetico aggiornamento della vigente Convenzione sui rifugiati, entrata in vigore alla fine della seconda guerra mondiale. Dovrebbe essere cambiata e includere anche le persone che fuggono dai catastrofici effetti del cambiamento climatico, dicono i legali dell'uomo.

Fino a oggi la Nuova Zelanda e l'Australia, i due paesi più sviluppati del Pacifico del Sud, hanno resistito alle richieste di cambiare le normative in materia di immigrazione a favore dei rifugiati del clima, ma Kiribati spera in un ripensamento in materia di protezione e assistenza umanitaria. Anche perché il dato di fatto è che a nulla sono servite le dighe e le barriere, la sua isola non è più abitabile: le alte onde del mare hanno rotto gli argini lungo le spiagge e l'acqua dell'oceano ha invaso, case, pozzi e raccolti.

Roberta Ragni

Foto AFP

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