Disastro del Vajont

Erano le 22.39 del 9 ottobre 1963. Proprio in quel momento circa 260 milioni di m³ di roccia scivolarono nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont, provocando un'onda di piena alta oltre 200 metri. E fu tragedia, passata alla storia come il disastro del Vajont. Oltre 1900 morti, interi paesi cancellati dalle cartine geografiche. E oggi sono passati esattamente 55 anni da quei tragici avvenimenti.

Una serie di circostanze sfortunate fecero sì che l'enorme ammasso di roccia, precipitasse ad una velocità di circa 108 km orari, finendo nelle acque del bacino idroelettrico artificiale del Vajont, che conteneva circa 115 milioni di m³ d'acqua al momento del disastro.

E l'acqua della diga risalì il versante opposto distruggendo tutti i centri abitati lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso, riversandosi infine nella valle del Piave e trascinando nel fango il paese di Longarone e altri comuni limitrofi. Vi furono 1917 vittime di cui 1450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 originarie di altri comuni.

La tragedia del Vajont non è stata mai dimenticata. Il Corriere, 5 anni fa, in occasione del cinquantennio, ha dedicato uno speciale, disponibile qui, che ripercorreva con immagini, video e articoli dell'epoca, ciò che accadde.

vajon corriere

Ma sono molti ancora i punti non chiariti, e se da una parte ci si riferisce all'evento con ad un disastro naturale, dall'altra si chiama in causa anche la superficialità dell'uomo.

Secondo alcuni studi, però, uno dei disastri idrogeologici peggiori del Novecento, avrebbe una storia antica. Uno studio, condotto dal geologo Edoardo Semenza, figlio del progettista della diga del Vajont, Carlo Semenza, ha fatto emergere una novità riguardo al Vajont.

L'enorme masso staccatosi dal Monte Toc potrebbe essere stato il frutto di una paleofrana, cioè di una frana preistorica staccatasi migliaia di anni prima, con un volume enorme accumulatosi nella valle e sbarrando il corso del torrente Vajont. In seguito, la vegetazione e l’erosione l’avrebbero nascosto facendolo sembrare parte del versante della montagna. Secondo quanto riportato da Meteoweb, l’ipotesi della paleofrana formulata da Semenza però non venne presa in considerazione dai geologi coinvolti nella realizzazione della diga nonostante i numerosi dati raccolti sul campo.

“Il disastro del Vajont costituisce la fotografia di un Paese miope dal punto di vista della prevenzione e della valorizzazione delle professionalità. I geologi di allora furono inascoltati esattamente come oggi, a distanza di 55 anni, si continua a maltrattare il territorio e a sfidare le forze della natura con il cemento e la perfezione teorica, in accordo con l’approssimazione politica e l’arroganza di chi continua a non voler risolvere il problema alle sue origini” sono le parole Domenico Angelone, Tesoriere del Consiglio Nazionale dei Geologi.

E oggi, mentre si ricorda quel triste giorno, si prende atto che non è cambiato molto.

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Francesca Mancuso

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