Negli USA fino all’85% di frutta e verdura proviene dal lavoro forzato nei campi

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Un recente studio riaccende i riflettori sullo sfruttamento dei lavoratori nelle catene di approvvigionamento alimentare. Secondo i risultati, la maggior parte della frutta e della verdura che arriva sulle tavole degli americani è responsabile del lavoro forzato nei campi.

Per arrivare a queste conclusioni, un gruppo di ricercatori dell’Università di Nottingham e della Friedman School of Nutrition Science & Policy di Tufts ha sviluppato un metodo di valutazione del rischio di lavoro forzato basandosi su una serie di dati governativi e provenienti dalle organizzazioni no-profit.

Quello che abbiamo fatto, per la prima volta, è stato esaminare tutti i principali frutti e verdure consumati negli Stati Uniti, così come tutti i paesi da cui provengono questi alimenti, compresi gli Stati Uniti, e valutare la possibilità che da qualche parte nel processo di produzione potrebbe essere stato coinvolto il lavoro forzato – ha spiegato Nicole Tichenor Blackstone, autrice dello studio.

Il team è riuscito a includere 93 varietà di frutta e verdura in 307 combinazioni di cibo-paese, tenendo cioè in considerazione anche il Paese di provenienza, oltre all’alimento. Tra le variabili considerate per attribuire un punteggio all’alimento, sono state valutate l’eventuale storia documentata di lavoro forzato per un dato alimento in un dato paese e il tipo di raccolta dell’alimento, cioè a mano o attraverso macchine.

Dai risultati è emerso che la maggior parte delle combinazioni cibo-paese, cioè l’85%, sono ad alto rischio per il lavoro forzato. Lo sfruttamento dei lavoratori può aver riguardato una o più fasi della coltivazione e della raccolta dei vegetali. Solo il 3,5% delle combinazioni è stato valutato a basso rischio, il 4,5% a rischio medio e il restante 7% è stato codificato a rischio molto alto.

Secondo i ricercatori si tratta di percentuali impressionanti, che rivelano importanti problemi strutturali nel settore agricolo, che rendono i lavoratori vulnerabili. Si tratta di problemi noti e sistemici, che non sono stati affrontati in modo adeguato ma per i quali è necessario trovare una soluzione da parte della politica, degli agricoltori e delle aziende che lavorano nell’industria alimentare.

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Lo studio infatti non è stato portato avanti per informare i consumatori e orientarli verso scelte consapevoli e socialmente sostenibili, ma per spronare la politica e le aziende coinvolte ad approvare sistemi e protocolli per migliorare le condizioni dei lavoratori.

Il lavoro agricolo troppo spesso prevede retribuzioni inadeguate o legate alla produttività, non contempla tutele legali e viene svolto da migranti, in alcuni casi da minori, che vengono minacciati se non accettano le condizioni di lavoro. Le persone possono essere costrette a lavorare attraverso l’uso della violenza, del ricatto o dell’intimidazione, ad esempio minacciandole di denuncia alle autorità per l’immigrazione o sottraendo loro i documenti.

Il lavoro forzato in agricoltura è una minaccia per la sostenibilità dei sistemi alimentari. Tuttavia, la scarsità di dati rilevata limita l’analisi e l’azione olistica. La ricerca futura dovrebbe dare la priorità allo sviluppo di dati e modelli per consentire l’analisi del lavoro forzato e di altri rischi sociali legati al lavoro (ad esempio, salari, lavoro minorile) attraverso i cicli di vita di un’ampia gamma di alimenti. Questi sforzi possono aiutare a garantire che i diritti e la dignità delle “mani che ci nutrono” siano centrati nella trasformazione dei sistemi alimentari – hanno commentato gli autori dello studio.

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Fonte di riferimento: Nature Food

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Laureata in Scienze e Tecnologie Erboristiche, redattrice web dal 2013, ha pubblicato per Edizioni Età dell’Acquario "Saponi e cosmetici fai da te", "La Salvia tuttofare" e "La cipolla tuttofare".
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