Pomodoro pachino, l’oro rosso di Sicilia schiacciato dal mercato estero

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Cinquanta centesimi al chilo il ciliegino, trenta il pomodoro da insalata e quello pachino, detto anche l’oro rosso della Sicilia, è sempre più vittima della globalizzazione. Vale ancora la pena raccoglierli?

A quanto pare no, i pomodori rimangono incolti. Un’inchiesta di Saul Caia pubblicata sul Fatto quotidiano, riporta alla luce uno scenario che ormai conosciamo bene, quello del mercato italiano degli agricoltori schiacciati dalle importazioni dei paesi esteri.

“Negli ultimi mesi il prezzo di mercato è sceso vertiginosamente a causa delle massicce importazioni dai paesi esteri. E a Pachino gli agricoltori rinunciano a raccoglierlo perché non conviene, lo lasciano sulle piante”, si legge.

La testimonianza è quella di un imprenditore agricolo, Sebastiano Cinnirella che parlando con Caia racconta:

“Produrre un chilo di pomodoro mi costa un euro, tra l’acquisto della piantina e i costi della plastica, dei gancetti, delle tasse, degli operai che devono raccoglierlo e poi trasportarlo, adesso il ciliegino si vende a 50-60 centesimi al chilo, a 30 il pomodoro da insalata. Non vale la pena raccoglierlo”.

L’oro rosso, dunque, non conviene più e l’imprenditore disperato spiega che se la sua azienda dovesse fallire, non avrebbe altra soluzione se non quella di chiedere l’elemosina davanti alla chiesa. I pomodori, come gli agrumi del Sud Italia secondo gli agricoltori sarebbero vittime dei trattati Ue con il nord Africa che prevedono la liberalizzazione.

“Le prime avvisaglie della crisi partono da quegli accordi. Ho incontrato 5 ministri in questi anni, ma abbiamo ricevuto solo promesse e prese per i fondelli. Il ministro Maurizio Martina si era impegnato per la vendita alla grande distribuzione, promettendo per questa un percorso di filiera. Tutto questo non c’è stato, siamo abbandonati a noi stessi”, racconta l’agricoltore Aldo Beninato al Fatto.

Le problematiche sono perciò sempre le stesse da anni, ma nell’ultimo periodo il mondo agricolo è chiuso in una morsa: da un lato la liberalizzazione, dall’altro il prezzo finale al consumatore.

“La distribuzione dovrebbe agevolarci a vendere il prodotto, ma nello stesso tempo è quella che ci danneggia perché non possiamo competere con questi prezzi”, racconta Paolo Cavallaro, un altro agricoltore.

I trattati sotto accusa sono quelli del 1996 con il Marocco e a seguire quelli con i paesi del Nord Africa che prevedono “misure di liberalizzazione reciproche per i prodotti agricoli” e “per i prodotti agricoli trasformati”. Ma i produttori stranieri hanno costi di produzione più bassi, e per i concorrenti siciliani è impossibile competere, scrive Caia.

Cosa dicono dal fronte del governo italiano?

“Il ministro Maurizio Martina si era impegnato per la vendita alla grande distribuzione, promettendo per questa un percorso di filiera tutto questo non c’è stato, siamo abbandonati a noi stessi”, spiega un altro agricoltore.

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Il ministero, rispondendo all’interrogazione di alcuni deputati siciliani del Pd, aveva confermato che si sarebbero “attivati presso la Commissione europea per richiedere un intervento in merito al livello dei prezzi di ritiro applicabili per taluni prodotti ortofrutticoli, tra i quali le diverse tipologie di pomodoro”, scrive Caia.

Ma ad oggi tutto tace sul fronte pomodoro made in Italy.

Dominella Trunfio

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Giornalista professionista, laureata in Scienze Politiche con master in Comunicazione politica, per Greenme si occupa principalmente di tematiche sociali e diritti degli animali.
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