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Pac: l’Europa approva la nuova Politica agricola comune, ma riduce davvero l’impatto dell’agricoltura industriale?

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Il Parlamento europeo ha votato in plenaria l’approvazione della nuova Politica agricola europea, la Pac, che sarà in vigore fino al 2027. Non sono contenti ambientalisti e associazioni: “è un vero e proprio disastro e a pagarne il conto sono ancora una volta le piccole aziende agricole, l’ambiente e il clima”

Il Parlamento europeo ha dato il via libera alla nuova Politica agricola comune. Tra gli impegni contenuti, c’è la destinazione di 387 miliardi di euro all’agricoltura europea dal 2023 al 2027, pari al 33% del bilancio complessivo dell’Unione, e l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 d’almeno il 55% entro il 2030.

La prima proposta di riforma della Pac era stata presentata nel giugno 2018 e doveva essere concordata nel 2020 per entrare in vigore nel 2021. Ieri, dopo anni di discussioni e ritardi, il Parlamento europeo ha messo fine a negoziati e l’accordo è stato votato e siglato ed entrerà in vigore nel 2023. Il 25% dei fondi dovrà essere destinato a pratiche agronomiche rispettose dell’ambiente, e con le nuove regole, il 10% dei finanziamenti sarà redistribuito dalle aziende di grandi dimensioni a quelle più piccole.

Leggi anche: La nuova Pac “è un disastro”: continua a finanziare agricoltura e allevamenti intensivi (#WithdrawTheCAP)

Ma c’è qualcosa che non va. C’è, infatti, chi sostiene che il nuovo dossier è una brutta copia del precedente e di fatto continuerà a sostenere un modello di agricoltura industriale e inquinante, almeno fino al 2027.

Secondo Slow Food, la nuova riforma della Pac non affronta adeguatamente i problemi urgenti che riguardano il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la mancanza di equità nella distribuzione dei sussidi; favorisce al contrario un modello agricolo industriale che premia gli ettari piuttosto che le pratiche sostenibili. 

Nessuna inclusione esplicita degli obiettivi della strategia Farm to Fork e nessun obiettivo vincolante collegato al Green Deal. Nulla sembra essere cambiato.

Dello stesso parere Confeuro, secondo cui a tutte le criticità si aggiunge la struttura troppo complicata della Pac, che prevede un primo livello comunitario, un secondo nazionale e un terzo regionale. Un meccanismo complesso, che rischia di ingabbiare le risorse per l’agricoltura all’interno di procedure burocratiche. 

Il testo approvato avvantaggia solo le aziende più grandi e più inquinanti, taglia fuori i piccoli agricoltori e non fa nulla per affrontare il terribile impatto dell’agricoltura industriale sull’ambiente e sulla salute delle persone – fanno sapere da Greenpeace Italia. È tempo che l’UE affronti il tema dell’alimentazione e dell’agricoltura in modo organico, con una politica alimentare comune che garantisca alimenti sani e accessibili anche alle persone con meno disponibilità economiche, ricavi equi per gli agricoltori e la tutela dell’ambiente da cui tutti dipendiamo».

Un’ampia fetta della società civile aveva già criticato l’accordo sulla Pac quando erano stati resi noti i dettagli finali, avvertendo che questa riforma avrebbe continuato a distribuire la maggior parte dei sussidi in base alle dimensioni delle aziende agricole – premiando quindi le aziende più grandi – e a finanziare ampiamente il sistema degli allevamenti intensivi, senza dedicare abbastanza attenzione alla protezione della natura, nonostante questo fosse uno dei principali obiettivi della “nuova” Pac.

A giugno la Corte dei conti europea ha pubblicato un rapporto in cui rivela che il contributo alle emissioni di gas serra da parte dell’agricoltura europea non è affatto calato nell’ambito dell’attuale Pac, nonostante lo stanziamento di 100 miliardi di euro del suo bilancio per combattere il cambiamento climatico. La Corte dei conti aveva precedentemente criticato la proposta di riforma della Pac proprio per la scelta di continuare a erogare la maggior parte dei sussidi in base all’estensione della superficie coltivata, considerando questa scelta inadatta a una politica più rispettosa dell’ambiente e fondata sui risultati.

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Fonti: Slow Food / Greenpeace Italia

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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