Il 70% della frutta che mangiamo contiene residui di pesticidi. L’allarme nel nuovo dossier

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Oltre il 70% della frutta che finisce sulle nostre tavole è contaminata da pericolosi pesticidi. La quasi totalità di uva da tavola, pere, pesche contengono almeno un residuo. E’ l’allarme lanciato oggi dal Legambiente attraverso il Dossier Stop pesticidi 2020, che ha esaminato gli alimenti che ogni giorno serviamo in tavola, tra frutta a verdura,

E la situazione è tutt’altro che incoraggiante. Quasi la metà dei campioni analizzati contiene residui di pesticidi, percentuale che nella frutta supera il 70%. Secondo le analisi condotte da Legambiente è regolare e privo di residui di pesticidi solo il 52% dei campioni analizzati. Eppure, i campioni fuorilegge non superano l’1,2% del totale anche se il 46,8% d3i campioni regolari presentano uno o più residui di pesticidi.

Ciò significa che anche la frutta e la verdura considerati “regolari” sono un cocktail di pesticidi. A preoccupare infatti sono i dati sul cosiddetto multiresiduo, che – è bene ricordarlo – la legislazione europea non considera non conforme a meno che ogni singolo livello di residuo non superi il limite massimo consentito. Eppure le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possono provocare effetti dannosi per la nostra salute.

Lo studio

Per l’analisi sono stati esaminati 5.835 campioni di alimenti di origine vegetale nel 2019, di provenienza italiana ed estera, alla ricerca di residui di prodotti fitosanitari. Sono stati poi suddivisi in in frutta, verdura, trasformati e altre matrici.

E’ emerso che il 52% dei campioni totali risultavano regolari e senza residuo, tra questi quelli con uno o più di un residuo erano il 46,8% del totale. E’ la frutta la categoria dove si concentra la percentuale maggiore di campioni regolari con uno o più residui.

“Proprio il multiresiduo risulta essere più frequente del monoresiduo, essendo stato rintracciato nel 27,6% del totale dei campioni analizzati, rispetto al 17,3% dei campioni con un solo residuo” spiega Legambiente.

tabella pesticidi 2020

©Legambiente

I pesticidi più diffusi

Secondo il dossier, i pesticidi più diffusi negli alimenti venduti nel nostro paese sono 13. Si tratta perlopiù di fungicidi e insetticidi utilizzati in agricoltura. Se singolarmente la loro assunzione è relativamente preoccupante, i rischi per la salute aumentano considerando che sono presenti ovunque e ne assumiamo quindi grandi quantità. Eccoli elencati qui di seguito:

  • Boscalid
  • Dimethomorph
  • Fludioxonil
  • Acetamiprid
  • Pyraclostrobin
  • Tebuconazole
  • Azoxystrobin
  • Metalaxyl
  • Methoxyfenozide
  • Chlorpyrifos
  • Imidacloprid
  • Pirimiphos-methyl
  • Metrafenone

Gli alimenti più contaminati

Non ci sono grandi sorprese. Ancora una volta tra gli alimenti più contaminati troviamo l’uva da tavola, le pere e le pesche esaminate, nei quali è presente almeno un residuo. Come negli anni passati, la frutta è la categoria in cui si concentra la percentuale maggiore di campioni regolari multiresiduo.

In particolare, gli alimenti che presentano una maggior presenza di fitofarmaci sono l’uva (89,2%), le pere (85,9%), le pesche (83,5%), le fragole (78,7%) e le mele (75,9%). Questi sono anche i prodotti a maggior contenuto di multiresiduo, che rappresentano rispettivamente il 77,8%, 73,6%, 67,9%, 62,7% e 54% dei campioni analizzati.

Solo il 28,5% dei campioni analizzati è risultato privo di residui di pesticidi mentre l’1,3% è irregolare e oltre il 70%, nonostante sia considerato regolare, presenta uno o più residui chimici. Dopo uva, pere e pesche troviamo le mele che spiccano con il 75,9% di campioni regolari con residui e l’1,8% di campioni irregolari. Alcuni campioni di pere inoltre presentano fino a 11 residui contemporaneamente. Stessa cosa vale per il pompelmo rosso e per le bacche di goji che raggiungono quota 10 residui.

La situazione è leggermente diversa per la verdura, dove i numeri sono moderatamente incoraggianti. Nella verdura si osserva una maggior quantità di alimenti regolari senza residui (64,1%), con solo pochi alimenti che presentano elevate quantità di fitofarmaci come pomodori (55,8%), peperoni (58,1%) e carote (55,3%), che risultano tra i più colpiti. Di contro, sono alte le percentuali di prodotti irregolari come nel caso dei peperoni, in cui si registra il maggior numero di irregolarità, l’8,1% di cui il 6,3% negli ortaggi da fusto.

“Tali dati, se analizzati in riferimento alla media degli irregolari per gli ortaggi, che è dell’1,6%, destano preoccupazione” spiega Legambiente.

Tra gli alimenti trasformati, invece, il vino e i prodotti a base di cereali integrali sono quelli con maggior percentuali di residui permessi, contando rispettivamente circa il 57,3% e il 55,7% (fig.1.2.2).

tabella nazionale pesticidi 2020

©Legambiente

Ad accomunare la gran parte delle irregolarità è il superamento dei limiti massimi di residuo consentiti per i pesticidi (54,4%) ma sono stati trovate anche sostanze non consentite per la coltura (17,6%). Nel 19,1% dei casi, poi, sono presenti entrambe le circostanze. Le sostanze attive che hanno dato vita più spesso a irregolarità sono due nostre vecchie conoscenze, l’organofosforico Chlorpyrifos nell’11% dei casi e il neonicotinoide Acetamiprid nell’8% dei casi. Altro datorilevante e è la presenza di oltre 165 sostanze attive nei campioni analizzati. L’uva da tavola e i pomodori risultano quelli che ne contengono la maggior varietà, mostrando rispettivamente 51 e 65 miscele differenti.

I prodotti esteri

Tra i campioni esteri, la Cina presenta il tasso di irregolarità maggiore (38%), seguita da Turchia (23%) e Argentina (15%). In alcuni di questi alimenti non solo sono presenti sostanze attive irregolari, ma anche un cospicuo numero di multiresiduo. È il caso, ad esempio, di un campione di bacca di goji (10 residui) e di uno di tè verde (7 residui), entrambi provenienti dalla Cina.

“Serve una drastica diminuzione dell’utilizzo delle molecole di sintesi in ambito agricolo, grazie a un’azione responsabile di cui essere tutti protagonisti – ha dichiarato Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente -. Per capire l’urgenza di questa transizione, si pensi alla questione del glifosato, l’erbicida consentito fino al 2022, nonostante il 48% degli Stati membri dell’Ue abbia deciso di limitarne o bandirne l’impiego per la sua pericolosità; l’Italia inizi dalla sua messa al bando. Inoltre, per diminuire la chimica che ci arriva nel piatto è necessario adeguare la normativa sull’uso dei neonicotinoidi, seguendo l’esempio della Francia che da anni ha messo al bando i 5 composti consentiti dall’Ue, e approvare al più presto il nuovo Piano di Azione Nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari”.

Per questo, Legambiente ha rinnovato l’invito all’Italia, chiedendo di allineare le sue politiche al Green deal e a quanto previsto dalle strategie europee Farm to fork e Biodiversità che ambiscono a ridurre entro il 2030 del 50% l’impiego di pesticidi, del 20% di fertilizzanti, del 50% di antibiotici per gli allevamenti, destinando una percentuale minima del 10% di superficie agricola ad habitat naturali.

Per leggere il dossier completo, clicca qui

Fonti di riferimento: Legambiente

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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