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Allevamenti di polpo: perché sono crudeli, dannosi per il Pianeta e devono essere fermati #WorldOctopusDay

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In occasione della Giornata mondiale del polpo, l’Ong Compassion in World Farming ha pubblicato un report che elenca gli 8 motivi per cui gli allevamenti intensivi di questi molluschi rappresentano un’idea malsana sia per gli stessi polpi (estremamente sensibili e delicati) che per l’ambiente 

Sensibili, curiosi e intelligenti: queste sono soltanto alcune delle caratteristiche dei polpi, a cui è dedicata una giornata internazionale che si celebra proprio l‘8 ottobre, nata per celebrare questi straordinari molluschi, tra le più antiche creature viventi sul nostro Pianeta. Ma, purtroppo, per i polpi non c’è proprio nulla da festeggiare. 

Questi molluschi sono, infatti, consumati in tutto il mondo e in tanti casi – anche in Italia – sono costretti a subire la tortura di essere bolliti da vivi. I polpi vengono pescati principalmente nell’area del Mediterraneo, in Asia e in Messico. Ma recentemente si è registrato un incremento della domanda di polpi anche sul mercato statunitense  e giapponese. Così, l’industria alimentare, in particolare quella spagnola e americana, sta valutando l’idea di realizzare degli allevamenti sia in mare aperto che in vasche sulla terraferma. Una condizione che sarebbe fonte di indicibili sofferenze per questa specie, oltre ad essere dannosa per l’ambiente.

Per spingere i vari governi a non concedere l’autorizzazione per gli impianti di acquacoltura, in occasione della giornata del polpo, l’Ong Compassion in World Farming ha deciso di pubblicare un report in cui vengono elencati ben 8 motivi che dimostrano che non si tratta affatto di una buona idea. 

8 motivi per dire no agli allevamenti dei polpi 

I polpi sono animali solitari 

In quanto animali per natura solitari, i polpi non vivrebbero bene nelle condizioni di affollamento e alta densità tipiche degli impianti di acquacoltura. Ciò potrebbe portare a scarse condizioni di salute, creando i presupposti per comportamenti aggressivi e territorialismo, fattori che a loro volta potrebbero indurre cannibalismo.

Sono molto curiosi e intelligenti

I polpi sono conosciuti per la loro straordinaria intelligenza, come mostrato anche nel docufilm “Il mio amico in fondo al mare” (premio Oscar nel 2021), e di conseguenza la loro curiosità e tendenza a esplorare, manipolare e controllare il loro ambiente. Quindi, in cattività sarebbero soggetti a frustrazione. È probabile che l’allevamento di massa di polpi porterebbe ad ambienti improduttivi, controllati e
sterili, privi quindi di stimoli sensoriali.

Le diete carnivore non sono sostenibili per l’acquacoltura

Come sottolinea il report, il mondo sta affrontando una crisi dovuta allo sfruttamento eccessivo della pesca. L’allevamento ittico è responsabile di molta della pesca industriale che sta mettendo a rischio la fauna marina. Circa il 20-25% dei pesci pescati in natura sono utilizzati per produrre farina e olio di pesce, ovvero cibo per pesci carnivori da allevamento. Anche i polpi sono carnivori. Il settore e i ricercatori stanno attualmente sviluppando mangimi per polpi da allevamento basati su farine e olio di pesce.

Ciò graverebbe ulteriormente e in modo insostenibile sulle popolazioni ittiche, il 90% delle quali sono adatte al consumo umano (oltre a ridurre la quantità di cibo disponibile per le specie che si nutrono di piccoli pesci, ad esempio i pinguini). – si legge nel documento – Significa inoltre che l’allevamento di polpi creerebbe ulteriori problemi di sicurezza alimentare in regioni quali Africa Occidentale, Sudest Asiatico e Sud America, in cui si trovano i principali stabilimenti industriali di acquacoltura.

Leggi anche: Anche i polpi e le aragoste sono estremamente intelligenti, provano dolore e dovrebbero essere protetti per legge

Le conoscenze sulle loro complesse necessità e sulle loro sofferenze in cattività sono scarse

Un altro enorme problema che riguarda questo tipo di acquacoltura è che i polpi hanno sempre vissuto liberi e non si conoscono gli effetti della cattività su questi molluschi. È molto probabile che le condizioni di allevamento non riflettano le loro necessità e, di conseguenza, che gli animali soffrano.

Sono creature fragili

Un ulteriore elemento da considerare è che i polpi non hanno scheletro, interno o esterno, e la loro pelle è molto fragile e facilmente lesionabile. Negli allevamenti ittici, è molto facile che i polpi si feriscano, sia per contatto fisico che a causa di interazioni aggressive con gli altri esemplari.

Il loro veloce sistema di propulsione a getto d’acqua fa sì che qualora vengano rinchiusi in spazi ristretti, potrebbero facilmente ferirsi urtando le pareti della vasca o le gabbie – sottolineano gli attivisti di Compassion in World Farming – Sussiste quindi il rischio di causare dolore e sofferenze agli animali in seguito alle ferite.

Non esistono metodo di macellazione attualmente convalidati dalla scienza

Sebbene siano in fase di studio metodi di macellazione non crudele, al momento nessuno nessuno è stato approvato.  La letteratura scientifica attuale sui polpi selvatici riporta diverse tecniche tra cui colpi vibrati alla testa, lacerazione del cervello, uccisione per asfissia nella rete e uso del ghiaccio. Non sono state ancora sviluppate alternative umane a questi metodi, che rendano i polpi davvero incoscienti prima di essere soppressi.

Manca una legislazione che protegga il benessere dei polpi da allevamento

Da non sottovalutare il fatto che manchino leggi nazionali o europee in grado di garantire il benessere dei polpi o indicare pratiche di acquacoltura corrette. La verità è che finora i polpi sono  totalmente privi di qualsiasi protezione da sofferenze o metodi di macellazione crudeli. Sarebbe assolutamente irresponsabile da parte dei legislatori lasciare portare avanti lo sviluppo di sistemi di acquacoltura senza adottare una legislazione adeguata.

Incompatibilità con gli orientamenti strategici per lo sviluppo delle attività di acquacoltura previsti dall’UE

Infine, gli orientamenti adottati a livello europeo incoraggiano la riduzione in acquacoltura della dipendenza da farine e olio di pesce prodotti da pesce selvaggio e sottolineano la necessità di diversificazione per l’acquacoltura, introducendo specie che non richiedano farine o olio di pesce.

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Fonte: Compassion in World Farming

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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