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Allevamenti intensivi, i cittadini di tutta Europa li vogliono chiusi

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Dai Paesi Bassi all’Italia, nei vari Stati europei cresce la consapevolezza dei cittadini delle ripetute violazioni del benessere animale e dei danni ambientali provocati dagli allevamenti intensivi 

Gli allevamenti intensivi non sono soltanto fonte di stress e sofferenza per gli animali, ma rientrano tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra. È ormai cosa nota da tempo, grazie alle conferme fornite da diversi studi e inchieste. E negli ultimi tempi anche diversi Paesi europei stanno prendendo consapevolezza delle conseguenze nefaste provocate dall’industria della carne. Sono, infatti, sempre di più i cittadini preoccupati della tutela del benessere animale e dell’impatto ambientale legato agli allevamenti, come svela una nuova inchiesta pubblicata qualche giorno fa sul quotidiano spagnolo El Pais, che si è focalizzato su quanto sta accadendo in diverse nazioni, fra cui l’Italia.

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In Germania i cittadini sono sempre più consapevoli dei danni provocati dagli allevamenti

Le spinose questioni del benessere animale e dell’inquinamento correlato agli allevamenti intensivi preoccupano non poco i tedeschi. Come spiega El Pais, puntualmente nei tg vengono mostrati servizi in cui si si mostrano le violazioni che avvengono negli allevamenti e nei parlamenti regionali l’argomento viene ripreso con molta frequenza. E dal 2017 i Verdi chiedono la chiusura di queste strutture nel giro di un ventennio.

La Germania è uno dei maggiori produttori di carne suina nell’UE, insieme alla Spagna e alla Francia. Quasi l’80% dei suini macellati proviene da allevamenti che contengono anche 1000 esemplari. Nel Paese i piccoli allevamenti stanno scomparendo e il biologico è una vera rarità: soltanto lo 0,6% degli allevamenti produce carne di maiale bio. Nonostante ciò, la popolazione si mostra sempre più consapevole della questione. Infatti diversi sondaggi condotti recentemente hanno rivelato che un gran numero di cittadini sarebbero disposti a pagare di più per carne proveniente da allevamenti in cui le condizioni sono migliori. In Germania l’organizzazione ambientalista Greenpeace ha proposto di aumentare l’Iva sui prodotti derivati dagli animali in Germania, che al momento sono tassati al 7%, eliminando o abbassando quella per i prodotti vegetali in modo da compensare.

A portare avanti la battaglia contro l’industria della carne ci sta pensando anche Cem Yozdemir, neoministro tedesco dell’Agricoltura e dell’Alimentazione che nel primo mese di lavoro ha già attirato su di sé le critiche e i dubbi della lobby dell’industria agroalimentare teutonica. La sua battaglia contro la produzione di carne e altri cibi nocivi per la salute e per l’ambiente, venduti a basso prezzo, è appena iniziata. L’obiettivo è quello di combattere la crisi climatica, ma anche fermare il progressivo impoverimento delle imprese del settore.

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In Italia cittadini e associazioni si battono per fermare la costruzione di nuovi allevamenti

Anche gli italiani si mostrano sempre più consapevoli dei danni provocati dagli allevamenti intensivi. E in alcune regioni del Bel Paese la mobilitazione cittadina e le campagne degli animalisti hanno portato sono riuscite a smuovere le acque. L’inchiesta apparsa su El Pais cita il caso di San Cassiano, un piccolo comune in provincia di Mantova, che da diversi anni è in guerra contro la realizzazione di un grande allevamento avicolo. In altro paese della stessa provincia, Schivenoglia, il tribunale ha ordinato al Comune di rispondere e fornire dati alle istanze di diverse organizzazioni ambientaliste che protestavano contro la costruzione e l’ampliamento di grandi allevamenti di suini.

Nel nostro Pase la maggior parte degli allevamenti è concentrata nel Nord Italia, tra Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto e non è un caso che si tratti delle aree maggiormente colpite dall’inquinamento atmosferico. Da tempo diverse associazioni animaliste, tra cui Animal Equality ed Essere Animali si battono per sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto accade negli allevamenti intensivi. E negli ultimi tempi tra i cittadini italiani si sta assistendo ad una maggiore presa di consapevolezza del fenomeno.

Da un sondaggio condotto qualche anno fa da Compassion In World Farming Italia (CIWF) è emerso che il 77% degli italiani intervistati ritiene che l’allevamento intensivo sia crudele con gli animali, mentre l’80% pensa che l’allevamento intensivo metta il profitto al di sopra del benessere degli animali.

Riguardo agli impatti dell’allevamento intensivo, il 49% degli intervistati ritiene che l’allevamento intensivo contribuisca al cambiamento climatico, il 66% che contribuisca alla perdita di biodiversità, il 51% all’impoverimento del suolo, il 56% all’inquinamento di acqua, aria e suolo, il 67% all’antibiotico-resistenza.

Nei Paesi Bassi misure concrete per ridurre gli allevamenti intensivi

Come spiega l’inchiesta pubblicata su El Pais, gli olandesi sono sempre più preoccupati dell’impatto ambientale provocato dagli allevamenti intensivi. I Paesi Bassi rappresentano il maggior esportatore di carne a livello mondiale. Eppure, è uno dei pochi Stati europei che si sta muovendo per tagliare gli allevamenti intensivi.

Già dal 2019 il il Ministero dell’Agricoltura olandese ha sovvenzionato la chiusura volontaria di aziende agricole di varie dimensioni vicino ad aree popolate. Ma non solo. Il Paese sta valutando di ridurre di addirittura il 30% il numero di animali allevati sul territorio nazionale. E si tratterebbe taglio non indifferente per il Paese, dove il settore zootecnico genera circa 9,3 miliardi di euro all’anno. Il motivo di questa importante riduzione è legato principalmente al letame e all’urina di mucche e altri animali allevati, che rilasciano ammoniaca e che – attraverso gli scariche delle varie aziende – sta contribuendo fortemente ad inquinare fiumi e laghi.

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Cresce il numero dei francesi contrari agli allevamenti intensivi

Negli ultimi tempi anche in Francia qualcosa si sta muovendo. Nel Paese, terzo produttore di carne a livello europeo, sono in crescita infatti le campagne portate avanti da associazioni animaliste e ambientaliste contro gli allevamenti intensivi. Da un recente sondaggio condotto dall’Ifop (Istituto francese dell’opinione pubblica) è emerso che l’82% dei cittadini francesi è favorevole alla chiusura degli allevamenti intensivi.

Come chiarito da El Pais, se ciò accadesse, il settore l’industria della carne crollerebbe nel Paese. A tal proposito il presidente francese Emmanuel Macron ha difeso la necessità di una trasformazione del modello di produzione e consumo  della carne, lanciando un piano di investimenti pubblici da 5 miliardi di euro per “rispondere meglio alle aspettative dei consumatori e dei concittadini di preservare la sovranità alimentare francese e, allo stesso tempo , la qualità della produzione francese”. Ma non ha alcuna intenzione di abolire gli allevamenti intensivi perché, come spiegato dallo stesso Macron, il Paese non riuscirebbe a competere con altri Stati come il Brasile, l’Ucraina e la Cina.

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Nel Regno Unito le associazioni ambientaliste spingono verso la riduzione del consumo di carne

Per quanto riguarda il Regno Unito, le principali campagne contro gli allevamenti intensivi sono portate avanti da organizzazioni ambientaliste e animaliste come Humane Being, Animal Aid o Viva. La scorsa estate quest’ultima ha raccolto quasi 20.000 firme per chiedere a Boris Johnson di ridurre la produzione e il consumo di carne. Inoltre, nel The National Food Strategy, report realizzato da una commissione indipendente di rappresentati del settore agricolo, zootecnico e del mondo accademico e sanitario, viene raccomandato di ridurre il consumo di carne del 30% entro il 2032 a favore di frutta e verdura.

“Uno dei modi più efficaci per ridurre le emissioni di carbonio e restituire la terra alla natura è ridurre il consumo di proteine ​​animali” si legge nel documento.

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Fonti: El Pais/CIWF

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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