moria api pesticidi neonicotinoidi

Gli insetticidi neonicotinoidi sono in grado di mettere a rischio le api e l'agricoltura, oltre a rappresentare un grave fattore di inquinamento ambientale. Che il loro impiego possa essere tra le cause responsabili della moria delle api non rappresenta più soltanto un'ipotesi, tanto che già nel settembre 2012 il Ministro dell'Agricoltura Mario Catania aveva reso nota la propria decisione di prorogare la sospensione dell'impiego di pesticidi concianti, denominati neonicotinoidi, fino al 30 giugno 2013.

Ora la pericolosità dei pesticidi neonicotinoidi è stata confermata da parte dell'EFSA, l'Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, che su incarico della Commissione Europea si è occupata di condurre una accurata revisione dei dati disponibili. I risultati sono stati raccolti all'interno di tre report scientifici resi pubblici negli ultimi giorni.

Studi precedenti avevano già posto in evidenza come la moria delle api potesse essere causata da tali pesticidi, utilizzati per il rivestimento delle sementi o per difendere il mais dai parassiti. In Italia è stato evidenziata una buona ripresa dello stato di salute delle api nel corso del periodo di sospensione dell'utilizzo di pesticidi neonicotinoidi e già lo scorso settembre, alla luce di ciò, a livello nazionale era stata espressa la speranza di un divieto definitivo relativo al loro impiego nella coltivazione, in quanto il loro utilizzo, andando a colpire le api, può porre a rischio l'agricoltura stessa.

Pare però che i principali produttori di neonicotinoidi abbiano sempre negato una simile correlazione e per questo motivo si è rivelato necessario effettuare gli opportuni controlli. Gli esperti dell'Efsa hanno preso in considerazione gli effetti legati a tre sostanze - clothianidin, imidacloprid e thiamethoxam - impiegate per la produzione di pesticidi.

Ne sono stati valutati gli effetti cronici sulla vita dell'alveare e delle api, prendendo in considerazione il contatto delle api sia con le polveri contenenti tali sostanze rilasciate nel corso della semina, sia con le sostanze presenti nel polline o nel nettare delle piante trattate, sia con i residui delle stesse, trasmessi attraverso delle goccioline emesse dalle foglie in alcune condizioni particolari.

Ad ognuna delle tre sostanze è stato associato un elevato rischio acuto nel momento in cui le api entrino a contatto con esse. Il rischio legato ai pesticidi neonicotinoidi esiste, dunque, ed è ben evidente, in particolare pe quanto riguarda le piante da cui tali insetti sono maggiormente attirate, come cotone, mais, colza, cereali e girasoli. I risultati resi noti dall'Efsa hanno già sollevato le obiezioni delle aziende produttrici di pesticidi, tra cui Bayer e Syngenta. Per quanto riguarda l'Italia, al momento tali sostanze per il trattamento delle sementi si trovano soggette ad un bando temporaneo. Del loro impiego futuro sarà l'Europa a decidere.

I commenti

«L'emergenza impollinatori/concianti – ha affermato Frederic Vincent, portavoce del Commissario Europeo alla salute e politica dei consumatori Tonio Borg - sarà oggetto il 31 gennaio del prossimo Comitato permanente della sicurezza alimentare, con l'espressione dei rappresentanti dei 27 Stati membri». Il portavoce della Ue ha precisato che Bruxelles è pronta a «prendere le decisioni necessarie» per far fronte al problema.

«È la conferma ufficiale e definitiva – commenta Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente - di quanto hanno sostenuto studi e battaglie ambientali portati avanti in questi ultimi anni in Italia da ricerca pubblica, cittadini, associazioni e apicoltori. È pertanto auspicabile che ora si proceda a un stop definitivo all'uso di questi insetticidi neonicotinoidi».

«Il credito dato dalle tre associazioni alle conclusioni dell'EFSA non è in contraddizione con le critiche che da sempre, e ancora recentemente in occasione delle celebrazioni del decennale, le stesse hanno espresso nei confronti del modus operandi dell'autorità europea per la sicurezza alimentare» dichiara Roberto Burdese, presidente di Slow Food Italia, «anzi, dimostra che avevamo ragione noi a chiedere che l'Autorità europea si ponesse nelle condizioni di collaborare con la ricerca pubblica e con il mondo della produzione. In questa occasione la sinergia ha funzionato e i risultati si sono visti».

Marta Albè

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