caporalato

Bambini rumeni che raccolgono arance. Africani morti di freddo in baraccopoli e ghetti, dopo giornate di lavoro massacrante sui campi di pomodori. Nel Mezzogiorno, ma spesso anche nel Nord Italia, la raccolta dei prodotti agricoli avviene ormai da anni in condizioni di grave sfruttamento. Le vittime sono – a diversi livelli – lavoratori migranti e braccianti italiani espulsi dal mercato del lavoro. Ora finalmente diremo addio al caporalato? La Camera dei Deputati ha appena approvato il Ddl Martina-Orlando sul caporalato e lo sfruttamento del lavoro in agricoltura.

L’azione legale d’ora in poi non riguarderà soltanto i ‘caporali’ ma anche le aziende che sfruttano i lavoratori.

Il caporalato è una piaga da combattere poiché colpisce spesso la componente più debole dei lavoratori agricoli. Sappiamo davvero quanto è etico il cibo che portiamo in tavola? Chi sfrutta i lavoratori ora rischia il carcere.

La nuova legge modifica l’articolo 603bis del codice penale, allargando la responsabilità anche al datore di lavoro che utilizza nei campi lavoratori «in condizioni di grave sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno». In tal modo, la figura del caporale cessa di essere l’unico bersaglio dell’azione penale, finalmente estesa anche agli imprenditori che ne traggono diretto vantaggio.

Negli ultimi anni la campagna #FilieraSporca ha lavorato per fare in modo che si intervenisse legalmente per fermare il caporalato:

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“È un punto di partenza importante per depotenziare sensibilmente il fenomeno del caporalato e per sradicare lo sfruttamento in agricoltura. Tuttavia, all’azione meramente repressiva è necessario affiancare quanto prima una legislazione basata sulla prevenzione, e dunque sulla trasparenza della filiera” – dichiara Fabio Ciconte, di Terra! Onlus e portavoce della campagna #FilieraSporca.

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caporalato

Secondo #FilieraSporca, serve una pressione corale sulla Grande Distribuzione Organizzata e sugli altri punti chiave della catena, che contribuiscono a determinare i prezzi e le derive amorali del mercato del lavoro, e ciò è possibile soltanto a partire dall’adozione di una etichetta narrante, in grado di raccontare l’intera vita del prodotto, dal campo allo scaffale. Serve per questo un cambio di paradigma che rimetta al centro la dignità delle persone e riempia di senso il concetto di Made in Italy, prima che rimanga soltanto un guscio vuoto.

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Secondo la Coldiretti, servono pene severe e controlli rigorosi che colpiscano il vero lavoro nero e lo sfruttamento, portando alla luce quelle sacche di sommerso che peraltro fanno concorrenza sleale alle imprese regolari che hanno già intrapreso un percorso di trasparenza e sulle quali finiscono per concentrarsi esclusivamente oggi le azioni di verifica.

filiera sporca

È necessaria anche una grande azione di responsabilizzazione di tutta la filiera, dal campo alla tavola, per garantire che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali, ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una equa distribuzione del valore che non è possibile se le arance nei campi sono sottopagate a 7 centesimi al chilo e i pomodori poco di più.

Infine secondo la Coldiretti il problema del rispetto della dignità dei lavoratori deve valere anche per i prodotti importati che arrivano in Italia, spesso sottocosto per effetto dello sfruttamento del lavoro, anche minorile, e dell'ambiente.

Marta Albè

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