Fukushima, un anno dopo. Il nucleare? A me non serve…

Terremoto in Giappone

Oggi è l’11 marzo. Vi ricordate cosa è successo un anno fa? Un terremoto, in Giappone, uno dei più violenti che l’uomo abbia mai conosciuto. Un maremoto che ha spazzato via migliaia di persone e che ha sventrato, tra le varie cose, anche una centrale nucleare.

Lo ammetto, ho avuto molta paura. Avevo 11 anni quando è scoppiata la centrale di Chernobyl, mi ricordo bene la confusione, la paura della nuvola radioattiva, gli scaffali vuoti al supermercato, la corsa per i surgelati e il latte a lunga conservazione. Il Giappone è lontano, ci dicevamo, ma la nuvola radioattiva è arrivata anche da noi, con meno forza e meno paura rispetto al 1986, ma è arrivata anche da noi. Le notizie confuse di quei giorni non mi aiutavano a non provare un po’ di paura, se i reattori fossero esplosi, o se ci fosse stata la fusione totale dei noccioli, il Giappone sarebbe stato un paese finito, e le ripercussioni sul mondo incalcolabili. Ok, io soffro di ansia, e non è stata la catastrofe che ho appena descritto, ma ciò non toglie che una catastrofe ci sia stata. Silenziosa forse, ma c’è stata.

Lo scorso anno di questi tempi eravamo impegnati con la campagna referendaria contro il nucleare, il tema era caldo, Fukushima lo ha fatto sicuramente crescere.

Parlavamo di sicurezza energetica, di fonti fossili inquinanti e limitate, di rinnovabili pulite e illimitate (e tecnologicamente con grandi margini di sviluppo), parlavamo dei problemi irrisolti, ovvero dello smaltimento delle scorie radioattive (per cui ancora oggi, a 60 anni dall’inizio del nucleare civile, non si è trovata una soluzione definitiva e sicura per milioni di anni). Cercavamo di non cavalcare l’onda della paura, ma la paura c’era, eccome.

Si è detto molte volte che la radioattività è un nemico subdolo perché è invisibile, non fa rumore, non ha odore. Sembra quasi che non ci sia. E le foto da Fukushima e dai villaggi evacuati mostrano in fondo un bel panorama, non c’è distruzione, non ci sono macerie. Ma non so a voi, a me quel silenzio provoca molta angoscia. Una città deve essere viva, piena di gente che vive, che lavora, che gioca e gode della bellezza del luogo in cui vive. Per quanto ancora quelle città dovranno restare così? Un amico, parlando di nucleare, mi ha descritto Chernobyl come “un buco su una carta geografica, un territorio morto“. Ora abbiamo un altro bel buco in Giappone. E tutto nel nome dell’energia illimitata, a qualunque costo e ad alto profitto.

Sarà stata la paura di Chernobyl, saranno stati i film catastrofisti di quegli anni come “The Day After”, sarà stata la presa di coscienza che il nucleare è mostruosamente pericoloso, sarà la convinzione che è folle continuare a costruire cose così pericolose, comunque io non ci sto e non mi arrendo. Abbiamo vinto un referendum che ha bloccato la costruzioni di centrali nucleari nel nostro paese, ma ci sono quelle vecchie da smantellare e le scorie da sistemare, se mai si troverà un modo per farlo. Non abbiamo chiuso con il nucleare, e non lo hanno fatto ancora troppi paesi. Non dimentichiamoci che il “mostro” è ancora lì fuori.

Non mi dimentico nemmeno che io, in prima persona, non devo dare nessun alibi a chi decide la politica energetica del mio paese, o di qualsiasi altro. “I consumi energetici aumentano sempre di più, le fonti fossili si stanno esaurendo, le rinnovabili non sono in grado di coprire il fabbisogno energetico”, questo dicono i nuclearisti. Bene, allora io gli rispondo così: “io non spreco energia e uso solo apparecchi energetici ad alta efficienza. Io non ho bisogno del nucleare“.

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