La rivoluzione dei colibrì è cominciata: Andrea Paracchini racconta il suo ebook

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Otto percorsi collettivi di economia sociale e solidale che stanno cambiando la Francia e potrebbero contagiare l’Italia. E’ “La révolution dei colibrì” raccontata dal giornalista Andrea Paracchini nell’ebook edito da Asterisk Edizioni. Il libro, con la prefazione del noto metereologo Luca Mercalli, offre una panoramica sulle esperienze sostenibili e le buone pratiche ambientali messe in pratica dai cugini d’oltralpe sempre, però, con un occhio di riguardo al nostro paese.

L’intento dell’autore è quello di stimolare il lettore a fare la propria parte offrendo esempi validi e pratiche possibili. Il titolo “La révolution dei colibrì” fa riferimento ad un’antica leggenda degli indiani d’America secondo cui un giorno in una foresta scoppiò un enorme incendio. Tutti gli animali si allontanarono dal loro habitat fuggendo dalla terribile catastrofe. Ormai al sicuro, osservavano la distruzione del loro mondo lamentandosi senza però muovere una zampa. Solo il piccolo colibrì iniziò a fare avanti e indietro dal fiume, raccogliendo poche gocce d’acqua con il becco e gettandole sul fuoco. Uno degli animali che osservava la scena chiamò il colibrì e gli disse: “Colibrì ma che fai! Non è con queste gocce d’acqua che riuscirai a spegnere il fuoco!“. Il colibrì lo guardò e rispose: “Lo so, ma io faccio la mia parte!“.

Andrea Paracchini ci racconta qualcosa in più sul suo ebook:

– Otto pratiche collettive e dal basso di economia sociale attuate in Francia, con un occhio di riguardo anche all’Italia. Cosa possiamo invidiare alla Francia e cosa invece i francesi possono imparare da noi?

Personalmente trovo che sia quasi naturale che fra due paesi vicini geograficamente e culturalmente come Francia e Italia ci siano degli scambi di buone pratiche. Questo però non credo debba ridursi a stilare cataloghi di belle iniziative. Scrivendo la La révolution dei colibrì ho cercato di avere sempre in mente le difficoltà e specificità legate al contesto italiano e le caratteristiche degli attori dell’economia sociale e solidale “nostrani”. Penso in particolare alla rete dei gruppi di acquisto solidale e dei distretti di economia solidale: un bacino di migliaia di persone diffuso su tutto il territorio nazionale, sensibili alle tematiche della sostenibilità ma anche desiderose di agire concretamente. E’ questo un immenso vantaggio che noi italiani abbiamo rispetto ai nostri vicini perché le iniziative di cui parlo nel libro si sarebbero sviluppate ancora più in fretta se non avessero dovuto costruire il loro pubblico partendo da zero. Detto questo, bisogna riconoscere che ce l’hanno fatta lo stesso. Perché? Forse perché quello che più dovremmo invidiare ai cugini d’oltralpe è la loro capacità di prendere dei rischi, di non lasciarsi spaventare dalle difficoltà, dagli ostacoli legislativi, dalla forza degli avversari…

– E’ un po’ il caso della battaglia di cui parli nel capitolo “Rinnovabili democratiche”: mostrare che un’alternativa possibile al nucleare esiste in un paese dove nucleare è sinonimo di energia

Esattamente. Nel capitolo in questione parlo di Enercoop, una cooperativa che riunisce produttori e consumatori per favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili. Non è un caso unico in Europa, anzi. Le cooperative tedesche, belghe o danesi sono esempi molto più edificanti. Ma quello che apprezzo in Enercoop è appunto la loro tenacia. Certo, anche in Italia ho potuto recensire una serie di iniziative molto interessanti per quanto riguarda la produzione partecipativa di energia rinnovabile. Quello che manca però nel nostro paese è la capacità di fare massa. Le iniziative, tutte lodevoli, restano un po’ isolate, non esiste ancora da noi un attore della taglia di Enercoop, capace di riunire all’interno di un unico soggetto di economia sociale tutta la filiera, dal produttore al consumatore. Certo, ci sono degli ostacoli, delle difficoltà oggettive di cui do conto alla fine del capitolo. Ma ripeto: se ci sono riusciti i francesi sfidando da niente i colossi del nucleare, anche noi possiamo riuscirci.

– Parliamo di sentinelle ambientali, le “ambulanze dell’ambiente”. Come funzionano? E chi le finanzia?

Le “ambulanze dell’ambiente” sono l’intelligente trovata di un tossicologo di Strasburgo. Un servizio che, tempestivamente, si reca sul luogo di un possibile inquinamento ambientale per effettuare in meno di un’ora le analisi necessarie a capire la natura del problema e allertare, se necessario, le autorità. Trovate un ampio estratto del capitolo sul sito Greennews. Qui mi limito a sottolineare che l’interesse di questa iniziativa a mio parere, sta non tanto nell’ambulanza – un banalissimo furgoncino – quanto nelle valigette contenenti test specifici per acqua, aria e terreno. Per utilizzarle infatti non occorre essere un biochimico, basta una semplice formazione. Si può così immaginare di distribuire questi kit a tante realtà presenti sul territorio, trasformandole in questo modo in altrettante “sentinelle ambientali”. Vale per la Francia, dove le ambulanze dell’ambiente lavorano già coi guardia-pesca del Reno, ma potrebbe funzionare anche in altri paesi. Ma se guardo a certe iniziative italiane di cui parlo alla fine del capitolo, mi dico che anche in Italia c’è un forte potenziale per questo tipo di iniziativa.

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– Nel libro si parla anche di lavoro. In Francia ci sono tanti dispositivi volti a facilitare il reinserimento lavorativo, ce n’è qualcuno utile per un paese come il nostro, dove abbiamo visto proprio recentemente gli altissimi tassi di disoccupazione?

Il reinserimento lavorativo in Francia risponde a una logica, quella del “trampolino”, molto diversa da quella incarnata dalle cooperative sociali italiane. Una differenza che si traduce anche nel tipo di pubblico a cui ci si rivolge: più ristretto in Italia, più vasto in Francia. Una differenza carica di conseguenze che dettaglio nel libro e che permettono ad alcune strutture di reinserimento francesi di operare in settori altamente competitivi del mercato. Penso in particolare al recupero e riciclaggio dei rifiuti elettronici, un settore della cosiddetta green economy che oggi in Francia è nelle mani delle imprese di reinserimento. Parliamo di milioni di euro di fatturato per imprese dell’economia sociale e solidale la cui missione principale è creare posti di lavoro. Ma non dovrebbe essere sempre così? Non è l’unica domanda provocatoria che mi è venuta scrivendo i capitoli dedicati al lavoro. Prendiamo ad esempio le coopératives d’activité et emploi, delle “imprese condivise” nate per dare una seconda chance a chi voleva tentare di mettersi in proprio e divenute col tempo un vero e proprio laboratorio di una nuova maniera di concepire il lavoro. In una CAE si entra portando il proprio talento e le proprie competenze e ognuno è allo stesso tempo dipendente, con tutte le garanzie sociali che questo comporta, e datore di lavoro. Non vanno confuse con uno spazio di coworking e nemmeno con un incubatore perché non corrispondono in realtà a un luogo fisico. Il loro più grande vantaggio è quello rimettere in discussione le logiche di subordinazione che conosciamo tutti attraverso il collettivo, vincendo così la solitudine del freelance e la tentazione del dumping sociale, della guerra fra poveri. Se penso all’Italia, sono convinto che tanto miei coetanei potrebbero trovarsi a loro agio in una simile struttura. Ma anche tutti quei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro a pochi anni dalla pensione o quando ormai è troppo tardi per poter sperare di ritrovare un posto equivalente.

– I Greeters, sono un esempio di turismo partecipativo, basato sullo scambio e la condivisione. Lentamente stanno arrivando anche in Italia. Cosa fanno? Quali sono le potenzialità di questo turismo “alternativo”?

I greeters sono comuni cittadini che amano il luogo in cui vivono, abitano, lavorano…Ogni luogo ha una storia e un significato particolare per chi lo abita e questo “vissuto” può interessare il visitatore in cerca di autenticità. Il movimento dei greeters è nato a New York ma è in Francia che sta avendo più successo. L’esperienza è tanto più interessante quanto più ci si avventura lontano dai sentieri battuti. Penso in particolare ai quartieri popolari o alle periferie più “difficili”. Non stiamo parlando di possibili ricadute economiche: le passeggiate con i greeters sono gratuite e non devono diventare una sorta di safari con sosta nei negozietti “autentici”. La questione è essenzialmente sociale. Nel libro parlo di iniziative portate avanti insieme agli abitanti di quartieri popolari divenuti guide per un giorno. Un modo per resistere alla ghettizzazione, sconfiggere i pregiudizi e ricreare un legame di appartenenza alla città. Se si può fare nelle banlieues parigine, perché non tentare la stessa cosa a Centocelle, Quartoggiaro o in una delle tante periferie italiane?

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