Terrorismo, immigrati e leghismi

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Le stragi di Parigi ci hanno fatto vedere il peggio dell’essere umano, in ogni senso e in ogni contesto. Al di là della retorica, dei buonismi, dei razzismi, delle Marsigliesi cantate in piazza e della promessa di bombardare i territori da cui proviene il terrore (anche se gli attentatori sono quasi tutti nati in Europa, e se questa reazione è proprio quella che vuole l’Isis per creare ancora più caos laggiù e trovare ancora più adepti), nessuno sembra mai ammettere gli errori di una società che pensa a tutto tranne che all’integrazione, né tanto meno iniziare ad andare all’origine dei problemi.

Tornare in contatto con le proprie radici sembra una buona risposta, in anni in cui viene imposta al mondo la globalizzazione. Spesso, però, si esprime nel modo più becero, e porta alla non-comunicazione e quindi all’ignoranza. E con l’ignoranza alla paura. L’amore per il proprio territorio viene così confuso con l’odio a priori verso lo straniero, visto a priori come un “intruso”. Tanto da portare alcuni partiti e alcuni gruppi di persone a fare picchetti nelle scuole, a manifestare nelle città in difesa della propria “identità” e contro immigrati che, magari, ci tengono in piedi l’Inps. Senza ovviamente dire invece una parola su basi militari americane piene di testate nucleari.

“Padroni a casa nostra”, urlano questi italioti, anche se portano gli altri a non esserlo. Volere essere padroni in casa propria è legittimo, se si fa parte di popoli o nazioni occupate da invasori o colonizzatori, ma suona parecchio ipocrita quando a reclamare tale diritto sono persone che, in varie parti d’Italia, disprezzano o addirittura odiano gli immigrati per poi sfruttarli e assumerli in nero nelle proprie aziende o nelle proprie case. Ma è anche un’incoerenza legata alle nostre abitudini, ai nostri consumi e i nostri stili di vita che, per il bisogno di risorse che hanno, portano milioni di persone nel mondo a non essere appunto padrone in casa propria.

Pensiamo ad esempio al land grabbing, fenomeno che porta all’acquisto di terre fertili nel sud del mondo da parte di compagnie che producono cibo destinato alle nostre tavole sprecone. Oppure ci piace cambiare spesso l’iPad o il telefonino, vero? Pensiamo alle conseguenze per le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo, dove da anni sono in corso guerre devastanti per l’accaparramento del Coltan, minerale essenziale nella costruzione di batterie per cellulari e pc portatili, di cui il loro territorio è ricco.

Molti immigrati, in molti casi non così contenti di stare lontani dai propri cari per fare ciò che noi qui alla faccia della crisi e della disoccupazione non vogliamo più fare, farebbero volentieri altro nella vita invece starsene a curare i nostri anziani o a pulire i nostri cessi. Certo ci sono moltissime ragioni dietro alla loro emigrazione: problemi familiari, regimi dittatoriali, condizioni economiche estremamente svantaggiose. Ma ci sono anche le conseguenze di un colonialismo (economico e culturale) che non è mai terminato. Anzi.

Il cambiamento deve partire anche da questo, dal considerare situazioni nel mondo che, anche se lontane dai nostri occhi, sono ricollegabili alle nostre scelte. Perché è tutto interconnesso, e l’immigrato africano che ci “disturba” provando a venderci una collanina in un parcheggio potrebbe aver lasciato casa sua proprio a causa dei conflitti nati dalla presenza di aziende petrolifere italiane che sfruttano da diversi decenni le risorse del suo territorio.

Dite pure a leghisti e “intolleranti” vari una cosa a cui forse non possono arrivare da soli: le migrazioni e la nascita di società sempre più multietniche e multiculturali è un processo che ormai non si potrà arrestare. Vale quindi la pena cercare di conoscersi al meglio, smettendola di abusare di slogan ignoranti o espressioni ottuse. Parole aggressive e vuote di significato che non risolvono nessun problema, ma che creano solo tensioni e disgregazione sociale. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, in giorni in cui l’unica forma di coesione sociale sembra darla l’intenzione di bombardare bambini inermi al di là del Mediterraneo.

È vero, il business dei padani di professione si basa proprio su questo. Ma dopo trent’anni che ripetono le stesse balle è anche ora che si trovino un lavoro vero, come consigliano spesso ai vari “marocchini” che vengono a rubarci quello che nemmeno vogliamo più fare. Al di là delle Alpi, invece, il presidente Hollande dice che siamo in guerra, e la Francia bombarda ancora la Siria. Mi chiedo se qualcuno ha fatto invece un giro nelle banlieue per sradicare i veri pericoli che minacciano il futuro delle nostre società.

@AndreaBertaglio

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