Un anno dopo, ecco cosa sappiamo della vitamina D per prevenire il covid-19

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I tanti studi condotti sugli effetti della vitamina D in relazione al covid-19 non hanno ancora portato a risultati univoci. Facciamo il punto

Si è parlato tanto nel corso dell’ultimo anno del possibile ruolo benefico della vitamina D nei confronti del covid-19. Alcuni ricercatori sono ottimisti sul fatto che specifici integratori di questa vitamina possano rivelarsi utili nella prevenzione o addirittura nel trattamento della malattia. Altri sono scettici. Facciamo il punto a più di un anno dall’inizio della pandemia.

Tante persone durante questo lungo anno si sono rivolte a vitamine ed integratori come sistema per cercare di tenere lontano il coronavirus, o quantomeno attenuare la sua forza in caso di contagio. Si è parlato tanto di integratori di vitamina C, zinco, lattoferrina e ovviamente vitamina D.

La scienza ha iniziato a studiare le potenzialità di queste sostanze arrivando a differenti risultati.

Ci concentriamo in particolare sulla vitamina D. Molti studi sono ancora in atto ma ce ne sono abbastanza già conclusi che forniscono indizi importanti, alimentando un vivace dibattito sulla questione se sia utile o meno un’integrazione di questa sostanza.

Perché proprio la vitamina D?

Ci sono validi motivi per studiare la vitamina D nel contesto della pandemia da Covid-19.  Negli ultimi anni, i ricercatori hanno analizzato sempre più l’effetto della supplementazione di questa vitamina relativamente alle infezioni respiratorie, con alcuni studi clinici che non hanno riscontrato alcun effetto significativo e altri che suggeriscono invece il suo possibile effetto protettivo.

Uno studio di revisione del 2017, che ha analizzato 25 studi randomizzati e controllati, ha concluso che la vitamina D contribuisce a prevenire le infezioni acute del tratto respiratorio.

Inoltre, dato che si stima che fino a 1 miliardo di persone in tutto il mondo abbiano livelli carenti, ciò può comportare anche un deficit del sistema immunitario.

All’inizio della pandemia, alcuni ricercatori hanno notato la sovrapposizione tra persone con più alto rischio di forme gravi di Covid-19 e persone che potrebbero avere una carenza di vitamina D, in particolare chi soffre di sovrappeso, gli anziani e coloro che hanno la pelle più scura.

Ora ci sono parecchi studi osservazionali e ampie revisioni delle prove disponibili che mostrano che bassi livelli di vitamina D sono associati a rischi più elevati di contrarre Covid-19 o di ammalarsi gravemente.

Potete approfondire leggendo i seguenti articoli:

“Ciò che è chiaro da una serie di studi è che c’è una forte relazione in termini di livelli prima dell’infezione” ha dichiarato il dottor Shad Marvasti, professore di medicina familiare e preventiva presso l’Università dell’Arizona College of Medicine di Phoenix.

Sottolineando poi che bassi livelli di vitamina D sono associati ad un aumento delle citochine  “messaggeri chimici da cellula a cellula responsabili dell’infiammazione” – e a livelli inferiori di cellule immunitarie protettive.

Uno studio condotto su 489 pazienti pubblicato su Jama Network Open a settembre ha rilevato che “il rischio relativo di essere risultati positivi per COVID-19 era 1,77 volte maggiore” per i pazienti che erano probabilmente carenti di vitamina D rispetto a quelli con livelli sufficienti.

Un altro piccolo studio su pazienti ricoverati per Covid-19 in Spagna ha rilevato che oltre l’80% aveva una carenza di vitamina D, rispetto al 47% della popolazione generale; tuttavia, non ha trovato alcuna relazione tra i livelli di vitamina D e la gravità della malattia.

Leggi anche: L’82% dei pazienti Covid-19 ha una carenza di vitamina D (e questo potrebbe incidere sulla comparsa della malattia)

Due studi recenti, pubblicati a marzo, erano arrivati invece alla conclusione che gli integratori di vitamina D, in realtà, potrebbero non essere utili nei confronti del covid.

Leggi anche: Gli integratori di vitamina D potrebbero non offrire benefici contro il Covid. A dirlo due nuovi studi

Nessuna conclusione definitiva

A causa dei risultati incoerenti degli studi sulla vitamina D, “a questo punto, non possiamo davvero trarre conclusioni definitive“, afferma Walter Willett, professore di nutrizione ed epidemiologia presso l’Harvard T.H. Chan School of Public Health.

La maggior parte delle prove disponibili mostra solo l’associazione, non il nesso di causalità, e anche questi risultati sono contrastanti, ha affermato lo stesso professor Willett.

Un punto di vista interessante è poi quello espresso dalla dottoressa Erin Michos della Johns Hopkins School of Medicine che ricorda come persone con bassi livelli di vitamina D tendono ad essere complessivamente meno sane: trascorrono meno tempo all’aperto e hanno meno esposizione alla luce solare, e le persone in sovrappeso spesso hanno livelli più bassi perché le cellule adipose sequestrano la vitamina D.

“Quindi la carenza di vitamina D è associata a situazioni come l’età avanzata o l’obesità. Eppure questi sono gli stessi fattori di rischio associati a Covid grave”.

Questa sovrapposizione rende difficile studiare l’impatto della vitamina D sul Covid-19 perché è difficile stabilire se siano i livelli bassi, effettivamente, a rendere le persone più suscettibili.

“Potrebbe essere solo un indicatore di cattiva salute e non in realtà qualcosa su cui si può intervenire per prevenire il covid”, ha concluso la dottoressa Michos.

Finora, insomma, sembrano non esserci prove sufficienti per raccomandare di prendere con sicurezza una certa dose di vitamina D per combattere il Covid-19 ma ciò non toglie che sia comunque molto importante avere buoni livelli di questa sostanza nel sangue.  

Fonti: NCBI / Jama Network Open/ Npr
 

Sulla correlazione tra vitamina D e Covid19

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Francesca Biagioli è una redattrice web che si occupa soprattutto di salute, alimentazione naturale, consumi e benessere olistico. Laureata in lettere moderne, ha conseguito un Master in editoria
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