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Covid-19, un’arma in più: la pillola l’antivirale Molnupiravir “ubriaca” il virus e gli impedisce di replicarsi. Lo studio

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“Ubriaca” il SARS-CoV-2 e lo induce a sbagliare, impedendogli, di fatto, di replicarsi nelle nostre cellule: l’antivirale Molnupiravir promette di diventare il primo vero farmaco contro il Covid-19: se dato entro 5 giorni dai primi sintomi, potrebbe ridurre del 50% la probabilità di avere le temibili gravi conseguenze dell’infezione.

Lo studio di fase 3 di Merck e Ridgeback Biotherapeutics è in corso e i primi risultati sono decisamente incoraggianti: a 29 giorni dalla manifestazione dei sintomi (con tampone positivo), infatti, su un totale di 775 pazienti arruolati il 5 agosto 2021 o prima, il 7,3% dei pazienti che hanno ricevuto il farmaco sono stati ricoverati (o purtroppo deceduti), contro il 14,1% di chi ha avuto il placebo. Da questi dati emerge quindi che il Molnupiravir riduce del 50% la probabilità di ospedalizzazione.

I risultati dello studio

Importante sottolineare la caratteristiche dei pazienti: i criteri di ammissibilità richiedevano infatti che tutti loro avessero contratto un’infezione da lieve a moderata, confermata in laboratorio, con insorgenza dei sintomi entro 5 giorni dalla randomizzazione dello studio, e tutti dovevano avere almeno un fattore di rischio associato a un esito sfavorevole della malattia.

Molnupiravir ha ridotto il rischio di ospedalizzazione e/o morte in tutti i sottogruppi chiave e l’efficacia non è stata influenzata dal momento dell’insorgenza dei sintomi, nè dal fattore di rischio sottostante.

Lo studio ha anche preso in esame gli eventi avversi, direttamente correlati o no all’assunzione del farmaco: l’incidenza di qualunque evento si è dimostrata paragonabile nei gruppi Molnupiravir e placebo (35% e 40%, rispettivamente), così come quella degli eventi direttamente legati all’antivirale (rispettivamente 12% e 11%). Un minor numero di soggetti ha invece interrotto la terapia in studio a causa di un evento avverso nel gruppo Molnupiravir (1,3%) rispetto al gruppo placebo (3,4%).

Inoltre – cosa importantissima in considerazione con le numerose varianti più o meno preoccupanti del virus – sulla base dei partecipanti con dati di sequenziamento virale disponibili (circa il 40%), Molnupiravir ha dimostrato un’efficacia coerente tra le varianti virali Gamma, Delta e Mi.

Il meccanismo di azione del Molnupiravir

L’azione dell’antivirale è diretta proprio al meccanismo di replicazione: il farmaco sembra proprio essere in grado di far sbagliare il virus quando questo cerca di fare copie di se stesso, così dopo alcuni cicli l’agente patogeno si trova pieno di errori e quindi, di fatto, non riesce ad aumentare la sua carica all’interno delle cellule. L’infezione si blocca dunque prima che sia troppo tardi.

Sono urgentemente necessari più strumenti e trattamenti per combattere la pandemia di Covid-19, che è diventata una delle principali cause di morte e continua a colpire profondamente pazienti, famiglie e società e mettere a dura prova i sistemi sanitari in tutto il mondo – dichiara  Robert M. Davis, amministratore delegato e presidente della Merck – Con questi risultati convincenti, confidiamo che il Molnupiravir possa diventare un farmaco importante nello sforzo globale per combattere la pandemia […].

Un farmaco non del tutto “nuovo”

Come molti farmaci e trattamenti contro il SARS-CoV-2, anche questo non è del tutto nuovo. Era stato infatti sviluppato inizialmente contro il virus influenzale, ma da quando è “scoppiata” la pandemia la molecola è stata oggetto di sperimentazione negli individui positivi a SARS-CoV-2. La molecola in questione, messa a punto dalla Emory University, è stata portata in clinica grazie a Merck e Ridgeback Biotherapeutics.

La Merck prevede di richiedere l’autorizzazione all’uso di emergenza negli Stati Uniti il ​​prima possibile e di presentare domande alle agenzie di regolamentazione in tutto il mondo, inclusa quella europea.

Se autorizzato, Molnupiravir potrebbe essere il primo farmaco antivirale orale contro il Covid-19, che, per sua natura, non necessita di ricovero in ospedale per la sua somministrazione e che quindi si configura a tutti gli effetti come una terapia domiciliare.

Fonti: Merck / Merck/Twitter

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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