Covid, il 23 gennaio di un anno fa la Cina decideva per la quarantena. Sembra ieri (oppure un’eternità)

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E’ il 23 gennaio 2020, i casi un’insolita polmonite provocata da un coronavirus aumentano e la Cina corre ai ripari con misure drastiche: la città di Wu’an, considerata l’epicentro dell’epidemia, in quarantena e l’intera provincia dell’Hubei isolata. Iniziano i canti dai balconi, la disperazione, il terrore inizia a serpeggiare nel mondo. La situazione, nel giro di poche settimane, precipita poi un po’ ovunque.

Per qualcuno sembrerà ieri, per altri un’eternità, ma è passato un anno da quando il mondo ha guardato attonito alla Cina, forse inizialmente pensando fosse un problema solo del Paese asiatico (come fu per la terribile SARS del 2002). Purtroppo, come sappiamo bene, le cose non sono andate proprio così. Ripercorriamo qualche tappa saliente.

Allarme per una polmonite cinese che ricorda la SARS

“Massima allerta in Cina (ma la paura si sta diffondendo rapidamente anche nel resto del mondo) per la presenza del Coronavirus che ha contagiato già circa 400 persone uccidendone 9. A diffondere il patogeno sono soprattutto i mercati umidi” scrivevamo il 22 gennaio. Il giorno dopo il Governo cinese chiude tutto (Leggi anche: Coronavirus: cosa sono i ‘mercati umidi’ che stanno facendo sviluppare i devastanti virus in Cina).

Ma oltre all’allerta c’è tanta paura: la regione dell’Hubei precipita nel silenzio e nella disperazione. E, purtroppo, con casi di disumanità come con l’episodio di un uomo che sviene in strada e che nessuno soccorre per paura. C’è anche chi uccide animali temendo diffondano il contagio, gettandoli dal balcone. Lo stesso dove, per esorcizzare, si canta e si balla non potendo uscire di casa.

Gli effetti del virus, nei casi più gravi polmonite interstiziale bilaterale, “somigliano tanto” a quelli provocati dall’epidemia di SARS del 2002. Ed in effetti – si scopriva poco dopo – il virus è un parente stretto, della stessa famiglia dei coronavirus, a cui viene dato il nome di SARS-CoV-2.

Ma tra le caratteristiche che distinguono i due “cugini” – e si scoprirà presto – c’è purtroppo la capacità di diffondersi. Il SARS-CoV-2 non rimarrà infatti confinato in Cina.

I primi casi di Codogno 

A fine mese una coppia di turisti cinesi in vacanza a Roma risulta contagiata: allarme rosso per tutti, la coppia viene ricoverata in isolamento allo Spallanzani di Roma (da cui usciva poi guarita quasi due mesi dopo), ma nessuno ancora immagina che il virus, poi isolato, era già arrivato in Italia e iniziava a mietere vittime (Leggi anche: Coronavirus, primi due casi in Italia confermati: sono turisti cinesi a Roma).

Il nostro Paese scoperchia infatti il vaso di pandora circa un mese dopo dalla quarantena cinese, peraltro con una forzatura dei protocolli che all’epoca prevedevano il test specifico solo per chi dichiarava di essere stato in Cina o a contatto con persone provenienti da lì.

Ma i sintomi molto strani e severi di un paziente lombardo, di Codogno, mai stato in Cina, inducono i sanitari a sospettare che il virus potesse essere anche nostrano, comunque arrivato in Italia da tempo e “in silenzio”.

La sua positività conclamata dà il via alla scoperta di una devastante “prima ondata” che colpisce duramente la Lombardia (e altre regioni settentrionali). Il primo morto si registra il 22 febbraio: è un pensionato padovano di 78 anni (Leggi anche: Coronavirus: primo morto in Italia. Sale il numero dei contagiati, comuni isolati e scuole chiuse). Inizia a serpeggiare il terrore che la situazione sia più grave del previsto.

Il lockdown lombardo che non basta: l’Italia diventa tutta ‘zona rossa’

All’inizio il Governo italiano dispone un lockdown regionale, simile a quanto fatto nell’Hubei. La cintura intorno a Milano viene completamente isolata, pensando che il virus, sostanzialmente, sia lì. 15 giorni e passa la paura, dicono. 15 giorni in cui una piccola zona d’Italia è costretta a sacrificarsi per salvare l’intero Paese.

Ma non basta: è fine febbraio e il tentativo di “salvare il salvabile” dura poco: il Governo italiano, infatti, decide il 9 marzo 2020 di chiudere tutta l’Italia (Leggi anche: L’Italia è tutta zona rossa).  E appena due giorni dopo l’OMS dichiara la pandemia globale: il mondo era tutto compromesso. Ormai è chiaro: il Covid-19 è un problema mondiale. (Leggi anche: Coronavirus: l’Organizzazione mondiale della Sanità dichiara la pandemia).

Le terapie intensive, ma nemmeno i posti letto “ordinari” non bastano. Seguendo l'”esempio cinese” vengono costruiti veri e propri ospedali da campo, sembra di stare in guerra. Tanto che nella provincia di Bergamo, letteralmente devastata dall’epidemia, una fila di camion porta via le bare dei defunti. Una foto che nessuno potrà mai dimenticare (Leggi anche: La foto della colonna di camion militari che portano le bare ci segna dentro per sempre. Niente sarà più come prima).

Il resto dell’Italia guarda attonito la Lombardia e tutto il Nord devastati, con relativi pochi casi altrove. Si canta dai balconi anche qui, le nostre foto e i nostri video fanno il giro del mondo (Leggi anche: Dopo la musica, oggi gli applausi: a mezzogiorno tutti sul balcone per ringraziare medici e infermieri).

Non solo al Nord: la seconda ondata colpisce tutta l’Italia

Terrore, morti continui, bollettini di guerra giornalieri. Un inverno e una primavera, quella del 2020, che difficilmente dimenticheremo. Il 4 maggio, comunque, Il Governo dispone l’inizio della “fase 2”, allentando le restrizioni che ormai non ci fanno quasi uscire di casa (Leggi anche: Fase 2: cosa cambia dal 4 maggio per gli spostamenti, autocertificazioni e attività).

Il nostro Paese, comprensibilmente, si rilassa, spera sia finita. Un’estate tutto sommato tranquilla si rivela presto un’estate di San Martino. Una seconda ondata colpisce il nostro Paese in autunno e stavolta non è solo il Nord ad essere travolto. Tutto il Paese diventa “a colori”, tra chi torna ad un lockdown molto severo a zone più libere.

Oggi sappiamo che il SARS-CoV-2 era in effetti in Italia da molto prima della scoperta dei casi di Codogno, quindi probabilmente molto prima anche in Cina. Forse confuso con altre patologie respiratorie, influenzali o simil influenzali, è possibile che molte persone abbiano contratto il virus senza saperlo, in un periodo in cui non c’erano né restrizioni né protocolli anti-contagio.

Contribuendo inconsapevolmente alla diffusione della malattia. Che, tra picchi, restrizioni, tentativi di arginamento, è, purtroppo, ancora un enorme problema mondiale, sanitario ed economico.

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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