Non lo chiamavamo ancora lockdown, ma un un anno fa la nostra vita cambiò per sempre in tutta Italia

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Era l’8 marzo 2020. Il coronavirus era arrivato in Italia da circa 2 settimane. O almeno così credevamo. Era domenica. Quel giorno in tutta Italia o quasi si stava nei parchi, si usciva a pranzo con gli amici e qualcuno festeggiava anche la Giornata internazionale della donna. Si respirava profumo di primavera, ci si abbracciava ancora. Non parlavamo ancora di lockdown né di pandemia.

Era l’8 marzo, chi aveva figli stava già facendo i conti con la chiusura delle scuole, decisa 4 giorni prima. Eravamo entrati in confusione, era una novità assoluta, ma non sapevamo ancora a cosa stavamo andando incontro.

Dal 23 febbraio all’8 marzo 2020, dopo la scoperta di alcuni focolai, dieci comuni in provincia di Lodi e uno in provincia di Padova vengono posti in quarantena. Le immagini delle strade deserte e dei posti di blocco sembravano surreali, distanti. Ma il 9 marzo l’Italia diventa tutta zona rossa.

Per la prima volta si parla di lockdown

Parole come lockdown, coprifuoco, DPCM iniziano a diventare familiari. L’allora premier Conte l’8 marzo 2020 inizia ad affacciarsi nelle case degli italiani spiegando loro che ogni cosa sarebbe cambiata, che avremmo dovuto rinunciare a quasi ogni aspetto della socialità per tentare di limitare la diffusione del coronavirus.

Queste le dichiarazioni di Conte quel giorno, col primo DPCM legato al coronavirus:

“Vi comunico che abbiamo adottato una nuova decisone come Governo. Siamo ben consapevoli di quanto sia difficile cambiare le nostre abitudini, ho la massima comprensione per tutti gli Italiani. Purtroppo tempo non ce n’è. I numeri ci dicono che stiamo avendo una aumento dei contagi e delle persone decedute. Le nostre abitudini vanno cambiate. Ora. Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia, dei nostri cari, dei nostri genitori e dei nostri nonni.  Dobbiamo farlo subito. Ci riusciremo solo se ci adatteremo tutti a misure più stringenti. Per riuscire a contenere il più possibile l’avanzata del coronavirus. Per questo sto per firmare un provvedimento che possiamo sintetizzare con l’espressione #iostoacasa”.

Il “primo” DPCM, in vigore dal 9 marzo, estese a tutta la nazione i divieti di spostamento tranne quelli per motivi di salute, lavoro e necessità. Mise la parola fine alle manifestazioni e agli eventi, chiuse i musei e i luoghi della cultura, fermò anche il calcio.

Poco dopo, in tutta Italia iniziano le lunghe code nei supermercati. Il DPCM aveva prodotto il primo effetto: il panico, che aveva spinto molti cittadini a prendere d’assalto i negozi di generi alimentari per fare scorte. Farina e lievito erano ormai una rarità sugli scaffali. L’incertezza era tanta, i timori anche.

Ma non era ancora finita…

L’8 marzo era stato l’ultimo giorno di spensieratezza. Dal 9 marzo la nostra vita sarebbe cambiata, ma fu solo l’inizio. Tre giorni dopo, il “Decreto #IoRestoaCasa”, reso noto giorno 11, portò alla sospensione delle  attività commerciali al dettaglio, dei servizi di ristorazione vietando anche gli assembramenti.

L’Italia da quel giorno, per due lunghi mesi, si trasformò in un deserto. L’uomo sparì dalle strade, la Natura in molti casi si riappropriò degli spazi che le erano stati tolti.

Ma l’8 marzo 2020 non sapevamo ancora cosa ci attendeva.

Fonti di riferimento: Governo, Gazzetta Ufficiale, Gazzetta Ufficiale

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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