Pensiero espresso

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Questa mattina, mentre sorseggiavo beatamente il mio caffè con i colleghi, ho realizzato una cosa.

La pausa caffè mattutina è stata per un certo periodo il palcoscenico dei miei più arditi comizi ambientalisti. Ho ripetuto fino alla nausea a tutti quelli che mi capitavano a tiro che avremmo dovuto eliminare i bicchierini di plastica e le palette, acquistare zucchero sfuso e caffè nei negozi del commercio equo e solidale, sciacquare le tazzine e i cucchiaini, riciclare creativamente i barattoli di caffè, riconsegnare le capsule al fornitore per lo smaltimento.

I miei colleghi inizialmente mi ascoltavano bonariamente. Qualcuno mi ha anche seguita nel mio testardo recupero delle tazzine di porcellana old style (che da tempo immemore giacevano sepolte tra le cartelle dei documenti), e tuttora si ostina a propinarle a chiunque accetti un caffè.

Con il tempo però le mie continue riflessioni sull’importanza di agire responsabilmente hanno evidentemente esaurito il proprio appeal, diventando fastidiose, e così ogni giorno mi ritrovo a bere il mio caffè in tazzina mentre guardo i bicchierini di plastica accumularsi inesorabilmente nel sacco della spazzatura indifferenziata. Che nervi!!!

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Sconsolata di fronte all’apparente inutilità della mia misera battaglia personale ho ovviamente smesso di sentenziare e mi sono chiesta: ma perché a volte convincere gli altri a fare qualcosa diventa così difficile? Si tratta solo di pigrizia, di inerzia, o c’è qualche altro recondito motivo per cui un minuscolo passo diventa così faticoso? Sono io che esagero?

Poi stamattina ho realizzato una cosa. Ripercorrere a ritroso il percorso della piccola capsula, del bicchierino, della paletta ci porterebbe lontano: nei ripiani dei negozi, stipati in camion e aerei per migliaia di chilometri, accatastati in magazzini in paesi poveri e lontani per poi avvicinarsi alle raffinerie, fino a penetrare nelle viscere della terra, ad ascoltare la voce delle lobby, le bugie della politica, il fruscio dei soldi. E di fronte a questo scempio ci chiederemmo spaventati: tutto questo dipende da noi?

Solo in minima parte purtroppo. Il più delle volte la consapevolezza di quello che accade ci fa solo sentire terribilmente impotenti. Ed ecco che una volta avviata, magari di fronte ad un’insignificante bicchierino del caffè, la riflessione diventa impegnativa, talvolta dolorosa. La consapevolezza è una fastidiosa spina nel fianco, uno stimolo, ma anche una responsabilità che nella nostra vita individuale non possiamo mai accettare fino in fondo.

La verità è che viviamo in un sistema all’interno del quale vivere in maniera equilibrata è faticoso e dispendioso, laddove dovrebbe essere più semplice ed economico. In un mondo così non è facile incarnare il cambiamento che vorremmo vedere: non è sufficiente essere consumatori responsabili, non basta discutere dei problemi, e in un’ottica globale è abbastanza inutile fare scelte radicali individuali. Il vero cambiamento passa per un’azione sì radicale, ma collettiva: una transizione culturale né semplice, né indolore, ma non per questo meno necessaria.

E quindi? C’è qualcosa che possiamo fare o è tutto inutile? Mi rispondo così: stamattina ho sciacquato due tazzine, la mia e quella di una collega che non solo ha accolto i miei comizi (pregandomi di smetterla, ad un certo punto), ma ha anche fatto sparire le bustine di zucchero, portando in ufficio una zuccheriera. Quindi sì, qualcosa è cambiato e ho anche imparato qualcosa: per quanto ci possa sembrare sciocco, nelle nostre piccole battaglie quotidiane è bene non prendersi mai troppo sul serio e soprattutto ricordarsi che anche i viaggi più lunghi cominciano con un piccolo passo; ma il primo, si sa, è sempre il più faticoso.

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