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Sai davvero che uova ci sono nel panettone e nel pandoro Bauli?

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I pandori e i panettoni Bauli sono tra più amati e acquistati in Italia. Nelle settimane precedenti alle festività natalizie i supermercati si riempiono di prodotti dello storico marchio veronese. Tuttavia, c’è poca trasparenza sulle uova che vengono utilizzate per la loro preparazione. Non è ancora chiaro se quelle impiegate provengono da galline allevate in gabbie o in sistemi alternativi. 

Per fare luce sulla questione, Compassion In World Farming (CIWF) Italia ha deciso di rivolgersi al Gruppo Gruppo Bauli chiedendo di comunicare pubblicamente ai consumatori informazioni precise sulla provenienza delle uova usate non solo per pandori e panettoni, ma anche per tutti gli altri suoi prodotti da forno come biscotti e merendine. 

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Bauli tra i grandi assenti nel report EggTrack 2021

Dal 2018 CIWF pubblica il report EggTrack che riporta i passi compiuti da aziende e supermercati verso l’abbandono di uova  provenienti da sistemi in gabbia e raccoglie le comunicazioni fatte dalle aziende verso il raggiungimento dei loro obiettivi 100% cage free.

Per la pubblicazione dell’ultimo report globale, presentato lo scorso novembre, CIWF non è riuscito a reperire nessuna informazione pubblica da parte di Gruppo Bauli riguardo al metodo di allevamento delle uova che l’azienda utilizza, o si impegna a utilizzare, per i suoi prodotti.

Dopo la pubblicazione del report EggTrack e con l’avvicinarsi delle festività natalizie, vogliamo cogliere l’occasione per invitare Gruppo Bauli a rendere pubbliche le informazioni sul metodo di allevamento delle uova che usa in tutti i propri marchi e, se ancora non l’ha fatto, a impegnarsi pubblicamente ad abbandonare le uova da galline allevate in gabbia o in combinati. –  commenta Elisa Bianco, responsabile del settore alimentare di CIWF in Italia – Riteniamo che la trasparenza verso i consumatori sia un valore molto importante nell’attuale realtà di mercato: quale momento migliore delle festività natalizie per fare un passo avanti verso un futuro di aumentata trasparenza sulle proprie politiche di sostenibilità?

Com’è noto, le galline possono essere allevate in gabbia, a terra (al chiuso), all’aperto e con metodi certificati biologici. I clienti che comprano le uova possono sapere qual è il metodo di allevamento delle galline da cui provengono, esaminando il codice e la dicitura che devono essere riportati obbligatoriamente sul guscio e sulle confezioni (rispettivamente i codici 0, 1, 2, 3 per l’allevamento biologico, all’aperto, a terra, in gabbia).

Tale obbligatorietà non riguarda però i prodotti che contengono uova come ingrediente, come i prodotti da forno, creando così un vuoto di informazione, in cui ai consumatori non vengono forniti gli strumenti adatti per districarsi ed effettuare scelte responsabili. La questione delle gabbie negli allevamenti è un argomento che sta sempre più a cuore ai consumatori italiani ed europei. Infatti, sono stati oltre 90.000 coloro che hanno firmato l’Iniziativa dei Cittadini Europei End the Cage Age, che ha raccolto oltre 1,4 milioni di firme nell’UE e che ha portato la Commissione Europea a impegnarsi ad approvare una legge per il divieto dell’uso delle gabbie entro il 2027.

Dopo l’appello di CIWF ci auguriamo che Bauli dia risposte chiare a tutti i consumatori. Hanno il diritto di sapere da dove vengono le uova impiegate nei prodotti che finiscono sulle tavole per fare acquisti in maniera consapevole!

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Fonte: CIWF Italia

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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