Mascherine e occhiali: i prodotti anti-appannamento sono davvero green? Ecco cosa c’è dentro

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L’appannamento degli occhiali è sempre stato un problema, ma in pandemia di più, perché tutti dobbiamo indossare mascherine anti-contagio che fanno terribilmente peggiorare il fenomeno. Sempre, all’aperto e al chiuso, camminando e correndo (anche di più). Molti i prodotti in commercio per evitare il problema. Ma funzionano davvero? E soprattutto, sono green? E cosa c’è davvero dentro?

In condizioni “normali” non si può evitare: se respiriamo su una superficie trasparente più fredda di noi, questa si appanna. Lo impone la chimica, anzi, la chimica-fisica: se l’aria incontra una superficie più fredda condensa, depositandovi minuscole goccioline, come nebbia.

L’aria che espiriamo è approssimativamente a 37 gradi, la nostra abituale temperatura corporea e, se incontra una superficie più fredda, condensa allo stesso modo. Per cui, se portiamo gli occhiali e la mascherina anti contagio, questa, “costringendo il nostro respiro verso gli occhiali” provocherà un fastidioso appannamento. A maggior ragione se espiriamo con la bocca invece che con il naso, cosa che aumenta la quantità di aria espirata.

Per evitare questo inconveniente, ci sono molti trucchi, tra cui quello di evitare che passi aria attraverso la parte superiore della mascherina (qualche settimana fa un neurochirurgo statunitense ha postato la sua foto con un cerotto sul naso per far aderire la mascherina ad esso).

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Ma sono anche molti i prodotti anti appannamento, diventati particolarmente ricercati nel corso della pandemia. Funzionano davvero? Come? Ma soprattutto, sono green?

Prodotti anti appannamento, sai cosa c’è dentro?

Parlare di green è onestamente eccessivo: i prodotti in commercio sono infatti per lo più spray o panni in microfibra che rilasciano sulle lenti strati di composti chimici in grado di ostacolare il deposito delle goccioline d’acqua.

E già la microfibra, di per sé, non è il massimo del green. I panni infatti non sono eterni, non possono essere lavati altrimenti perdono le loro proprietà anti appannamento, e dopo 15-20 utilizzi, vanno buttati, contribuendo alla dispersione di questo materiale nell’ambiente. D’altronde anche potessero essere lavati, produrrebbero microplastiche, e forse sarebbe anche peggio.

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La composizione esatta, poi, è di difficile reperimento. Alcune schede riferiscono un polimero organico non del tutto definito e biossido di titanio (come in questo caso) altre parlano di tensioattivi anionici senza specificare, perché in quantità inferiori al 5% (come questo prodotto).

mascherine appannamento occhiali

©greenMe

Il principio alla base di tutti loro è però sempre lo stesso: ridurre la tensione superficiale dell’acqua, quella straordinaria forza che tiene unite le molecole d’acqua e che le “aiuta” a formare il fastidioso film appannante.

Quindi è necessario quindi usare un tensioattivo, ovvero una molecola che abbassa questa forza, essendo costituito da una “testa” chimica carica che si frappone alle molecole d’acqua e una coda idrofobica, ovvero che non si scioglie in essa (ma si lega ai grassi, e per questo usiamo il sapone per lavarci le mani unte).

Un rimedio più naturale?

Acqua e sapone, niente di più semplice.

“Immediatamente prima di indossare una maschera per il viso lavare gli occhiali con acqua e sapone e far sgocciolare l’eccesso – scrivevano tempo fa i ricercatori su Annals of The Royal College of Surgeons of England –  Quindi, lasciare asciugare all’aria gli occhiali o tamponare delicatamente le lenti con un panno morbido prima di indossarle di nuovo. Così non si appanneranno quando si indossa la maschera”.

É chiaro che l’effetto non sarà per sempre, e probabilmente durerà meno dello spray o del panno che rilascia lo strato di tensioattivo sulle lenti. Ma forse in questo modo faremo qualcosa in più per evitare ulteriori dispersioni di materiali inquinanti.

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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