Gli abiti ‘viventi’ a base di funghi, ananas e alghe che divorano la CO2 e ripuliscono l’aria

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Funghi, ananas, alghe, foglie di banana. Non sono gli ingredienti di una ricetta ma quelli degli abiti del futuro e forse anche del presente. Diversi designers ed esperti di moda stanno cercando di offrire una mano all’ambiente nel loro settore, producendo tessuti innovativi addirittura in grado di assorbire la CO2 dall’atmosfera.

Nel corso dei prossimi anni, leggendo l’etichetta di un abito potremmo trovare steli di ananas, foglie di cactus, fili di banano, ma anche pelle di fungo e fibre di alghe. Sono solo alcuni dei materiali alternativi che piacciono alla moda e che promettono una minore carbon footprint. Ma non solo. Essi saranno capaci di assorbire l’anidride carbonica dall’aria.

Diverse sono le aziende, le start up e i designers impegnati in questo senso.

Nina Marenzi e Sustainable Angle

Tra questi, Nina Marenzi, fondatrice e direttrice di Sustainable Angle,organizzazione no profit che promuove tessuti sostenibili. In occasione del Future Fabrics Expo, la più grande vetrina dedicata di tessuti e materiali prodotti in modo sostenibile e responsabile, Marenzi ha detto:

“La moda fa parte del problema, ma anche della soluzione. Iniziamo con i materiali rendendoli sostenibili, e se le catene di approvvigionamento della moda possono cambiare, allora iniziamo a farlo”.

Le alghe che assorbono CO2 di Charlotte McCurdy

Una delle invenzioni più interessanti è quella della designer di New York Charlotte McCurdy. Per il suo progetto “After Ancient Sunlight”, ha creato un impermeabile resistente all’acqua a partire da un materiale simile alla plastica. SI tratta in realtà di una bioplastica trasparente a base di polvere di alghe utilizzata nei prodotti alimentari vegani. Il materiale è “carbon-negative”. In altre parole, sfrutta la capacità delle alghe di estrarre l’anidride carbonica dall’atmosfera, ripulendola.

McCurdy impermeabile alghe

©McCurdy

La giacca ha debuttato al Nature – The Cooper Hewitt Design Triennial. Fast Company l’ha selezionata come vincitrice nella categoria Experimental nel 2019 Innovation by Design award.

Post Carbon Lab e gli abiti che fanno la fotosintesi

Partendo dallo stesso presupposto di McCurdy, Post Carbon Lab ha utilizzato le alghe ma in un modo ancora più originale, creando abiti che effettuano la fotosintesi. Si tratta di uno strato di alghe vive posto sul tessuto, in grado di assorbire l’anidride carbonica ed emettere ossigeno. Una maglietta grande, pari a quasi un metro quadrato di materiale, secondo il co-fondatore Dian-Jen Lin, produce la stessa quantità di ossigeno di una quercia di sei anni.

La start-up ha lavorato con designer e industrie per trasformare il materiale in un prodotto commerciabile. Secondo Lin potrebbe essere utilizzato per realizzare scarpe, zaini, tende, ombrelli e tettoie per l’edilizia.

Post carbon lab

©Post carbon lab

Le istruzioni per la cura però sono diverse rispetto a quelle dei classici vestiti. Non possono essere riposti nell’armadio al buio ma alla luce e in un’area ben ventilata, come lo schienale di una sedia. “Le lavatrici danneggerebbero le alghe, quindi possono essere lavati solo a mano”.

Lin e il suo co-fondatore Hannes Hulstaert stanno testando i limiti del loro rivestimento che sembra anche straordinariamente resistente.

Dal Piñatex al Mycotex

Esistono anche altri tessuti innovativi ed ecologici tra cui il Piñatex, fatto con foglie di ananas e usato da Hugo Boss e H&M, il Mycotex, una sostanza estratta dai funghi e il Cactus, una pelle a base vegetale, creata a partire dalle foglie, su cui sta lavorando l’azienda messicana Desserto.

Di certo non saranno la soluzione all’emergenza climatica visto che abbattere l’emissione di gas serra è al primo posto, ma potrebbero contribuire a ridurre l’impatto dell’industria tessile e della moda.

Fonti di riferimento: Charlotte McCurdy, TheGuardian, Post Carbon Lab, Future Fabrics Expo

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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