©Desierto Vestido

Terribile, il deserto di Atacama ora è il cimitero della fast fashion (e la colpa è anche nostra)

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Oggi mi piace, domani no. Compriamo vestiti come se nulla fosse, ma la moda usa e getta inquina sempre di più. A confermalo queste immagini shock che arrivano dal deserto di Atacama in Cile, trasformato in una enorme discarica a cielo aperto di rifiuti tessili

Nel deserto di Atacama stanno sorgendo diverse colline colorate formate dai vestiti che il mondo non indossa più. Il fast fashion ha creato nella zona più arida del mondo il suo cimitero, ribadendo ancora una volta come il consumo rapido dell’abbigliamento, con i suoi prezzi apparentemente low-cost, contribuisca pesantemente all’inquinamento del nostro Pianeta.

Secondo un’inchiesta dell’Agence France-Presse, quegli enormi cumuli sono costituiti da vestiti realizzati in Cina e Bangladesh, esposti poi nei negozi negli Stati Uniti, in Europa e in Asia. Quando gli indumenti delle passate stagioni o di seconda mano non vengono acquistati, arrivano al porto cileno di Iquique dove vengono smistati per essere rivenduti in altri paesi del continente.

Il Cile è il principale consumatore di abbigliamento in America Latina e anche il principale importatore della regione di indumenti di seconda mano provenienti da Asia, Europa, Stati Uniti e Canada. Ma non tutto quello che importa ed entra nella zona franca del porto di Iquique si vende localmente. Almeno 39.000 tonnellate finiscono come rifiuti “nascosti” nel deserto nell’area dell’Alto Hospicio del nord del Paese.

La zona franca non è stata in grado di gestire e controllare questo fenomeno e anche lo Stato ci ha abbandonato. Siamo diventati una zona di sacrificio”, ha detto in un’intervista ad un giornale locale Patricio Ferreira, sindaco di Alto Hospicio.

Gli importatori, che operano sotto il regime di zona franca, utilizzerebbero il deserto per smaltire gli indumenti usati non commercializzati, abbandonandoli lì. I mucchi che si vedono nelle foto però sono solo una parte, molti hanno già preso fuoco “accidentalmente”, altri invece vengono seppelliti sottoterra. Tutto questo sotto gli occhi con il tacito consenso di tutti, autorità comprese.  

azienda Ecofibra

©Ecofibra Chile

Tuttavia, ci sono iniziative in tutto il mondo che stanno cercando di fermare l’ascesa del fast fashion, spingendo anche i grandi marchi a rivalutare i loro processi. Proprio in Cile ad esempio, l’azienda Ecofibra promuove l’economia circolare trasformando i rifiuti tessili che inquinano il deserto di Atacama in pannelli ecologici per l’isolamento termico e acustico. (LEGGI anche: Da scarti tessili a coperte per cuccioli abbandonati, il progetto italiano che combatte gli sprechi e promuove l’inclusione)

Anche l’organizzazione senza scopo di lucro cilena Desierto Vestido si batte per combattere la piaga dei rifiuti tessili, accendendo i fari su questa problematica e sensibilizzando la comunità riguardo l’impatto ambientale di questi residui con l’obiettivo di costruire e promuovere la partecipazione collettiva in tutta la regione. 

Siccome non possono entrare in discarica, poiché è vietato lasciarli lì, ogni giorno tonnellate e tonnellate di questi rifiuti vengono gettati nel deserto. I camion arrivano dalle 6 del pomeriggio fino a quando non fa buio. Le autorità non si responsabilizzano, c’è poca supervisione. La denuncia non è nulla, è come se avessimo le mani legate. Non possiamo altro che dare voce e aiutare le imprenditorie che cercano di combattere il problema con soluzioni concrete”, ci racconta Ángela Astudillo, una delle fondatrice di Desierto Vestido. 

Indossiamo il problema

Quello che accade ad Atacama è anche una nostra responsabilità. Comprare, indossare e gettare via: per molti anni abbiamo consumato senza pensare ai rifiuti tessili, molti dei quali impiegano circa 200 anni per decomporsi. Probabilmente proprio in questo momento stiamo indossando il problema e contribuendo a una delle industrie più inquinanti al mondo.

Infatti un vestito inquina durante tutto il suo processo. Dall’estrazione della materia prima al processo produttivo, passando per la grande distribuzione, fino alla fine del suo ciclo di vita. Il consumo eccessivo e fugace di abbigliamento aumenta il volume delle discariche come quella clandestina che ora si posa nella sabbia del deserto di Atacama.

A differenza di quello che le grandi catene del fast fashion ci voglio fare credere, i nostri vestiti non hanno scadenza. Chi ha realizzato i pantaloni che indosso? In quali condizioni lavorative? Ho bisogno veramente di compralo? Qual è il suo impatto ambientale? Sono domande che per fortuna prendono sempre più forza. D’altronde non si può lottare per l’ambiente continuando a comprare vestiti di cui non abbiamo bisogno.

Fonte: AFP / MMA Cile / Ecofibra / Cooperativa

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Comunicatrice sociale specializzata in giornalismo ambientale e terzo settore, un master in Comunicazione Ambientale e uno in Innovazione Sociale. In greenMe ha trovato il suo habitat ideale.
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