Cangiari: la moda etica e cruelty free che si tesse con telai antichi e fili di legalità

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Siamo abituati a pensare al mondo della moda come qualcosa di frivolo e lontano dall’etica e la sostenibilità. Questo perché spesso, ci limitiamo a prendere come esempio le grandi firme che nella maggior parte dei casi, trasferiscono la produzione all’estero per abbattere i costi di macchinari e manodopera.

Esistono però delle realtà, che non solo puntano sulla filiera totalmente made in Italy ma, sono attente all’ambiente e alla sfera sociale. Come Cangiari, che in dialetto calabrese significa cambiare, il primo marchio di moda etica di fascia alta nato nel profondo sud e approdato nelle vetrine milanesi grazie all’assegnazione di un bene confiscato alla ‘ndrangheta.

Le creazioni si realizzano tutte in Calabria dove in paesini come Gioiosa Ionica e Bivongi, tra i vicoli di Gerace e i borghi della locride, torna il rumore antico dei telai in legno. In una zona spesso sulle cronache per fatti legati alla criminalità mafiosa, il Consorzio Goel con il suo presidente Vincenzo Linarello, riscatta tante giovani donne offrendo loro l’opportunità di lavorare nella propria terra e di dare vita a meravigliosi abiti realizzati con materiali e colorazioni biologiche.

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CANGIARI PE2016 GIACCA

CANGIARI PE2016 TUTA

L’azienda nata negli anni Novanta per volere dell’allora vescovo di Locri Giancarlo Maria Bregantini, è tra le prime della locride con un fatturato di 4-5 milioni di euro e dà lavoro a 100 persone appartenenti a cooperative sociali. L’imprenditoria diventa, quindi, uno strumento di cambiamento, un progetto coraggioso in una terra in cui, è difficile investire senza scendere a compromessi.
Oggi grazie al lavoro certosino fatto con i telai del 1920, i capi di Cangiari sfilano a Milano e a Parigi, tra i punti di forza c’è l’attenzione per materiali ecocompatibili, tessuti naturali e biologici, riciclabili, biodegradabili e cruelty free, come la seta vegan prodotta senza l’uccisione del baco.

Quando penso al marchio – dichiara Mariapaola Pedetta alla guida della comunità creativa del brand – penso non solo al suo valore etico-sociale, ma anche alla figura femminile della tessitrice. Per disegnare la collezione sono partita proprio dal telaio a mano. Ho chiesto alle tessitrici di aiutarmi ad interpretare gli antichi disegni della tradizione in chiave moderna, andando oltre le linee rigide ed uniformi.

Ogni capo quindi racchiude una bellezza differente a prova che la moda può essere anche etica e sociale.

Dominella Trunfio

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Giornalista professionista, laureata in Scienze Politiche con master in Comunicazione politica, per Greenme si occupa principalmente di tematiche sociali e diritti degli animali.
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