Eco-fashionIl settore moda ha già dimostrato diverse volte l'interesse crescente verso una coscienza ambientalista. Vestiti fai da te, riutilizzo e materie prime ecologiche sono diventate ormai parole d'ordine per gli stilisti e le firme che vogliono essere al passo con i tempi. La conferma arriva dalla Federabbigliamento Roma - Confcommercio che, attraverso le parole del presidente Roberto Polidori, ha espresso parole in favore per questa nuova ondata ecofriendly.

Il concetto è simile al mercato delle auto: "rottamazione", ma senza finire poi per compare qualcosa di ancora più inquinante o costoso. ''Se potessimo riconoscere la possibilità di restituire il vecchio per acquistare il nuovo, potremmo recuperare materia e salvaguardare l'ambiente - ha spiegato Polidori''. Non sarebbe inopportuno in questo caso immaginare anche una nuova economia che, basandosi su un marketing strategico andrebbe a creare un nuovo fashion style dal quale è impossibile prescindere. Ed ecco che la moda green diventa chic. Una moda critica, una Critical Fashion.

Non una novità, intendiamoci, ma una spinta maggiore alla propulsione già forte che ha avuto e che sta avendo questa fetta di mercato in tempi in cui film come 2012 o Avatar sembrano profezie annunciate.

"La cultura del riciclo - ha continuato Polidori - esiste nelle accademie già da una decina di anni". Aziende come l'H&M che ha lanciato 'The garden collection', la collezione ecosostenibile primavera/estate, o la designer Vivien Cheng che salva le borse vintage da una fine triste e certa nella spazzatura reinventandole con disegni ispirati all'Art Nouveau, e non per ultima l'eco-collezione di CairaDesign che con la sua linea Inique presenta abiti prodotti con materiali provenienti da ex capi di abbigliamento di valore che altrimenti sarebbero andati perduti, sono soltanto degli esempi.


"A volte - spiega Polidori - si riutilizzano e si recuperano forme di oggetti realizzati nei paesi più poveri. Ma nel momento in cui la casa di moda che li realizza apporta i suoi cambiamenti, l'oggetto diventa un fenomeno di elite''.

Può quindi il mercato dell'eco-fashion diventare qualcosa a pannaggio di poche persone? Non se si investe in grande scala alimentando e allargando il concetto attraverso una sensibilizzazione consapevole, coinvolgendo anche i piccoli imprenditori. ''Non trovo dunque originale - ha continuato il presidente di Federabbigliamento - parlare di ecocompatibilita', intesa come riciclo. Se poi per economia compatibile si intende il voler inquinare di meno allora il discorso è diverso. Ma si tratta di una scelta di vita. Si parla molto di ecologia ma poi i rifiuti si continuano a gettare nei fiumi. Occorre un patto più attento per inquinare di meno''.

Su quest'onda si sono mossi già alcuni colossi dell'abbigliamento, che sia per una scelta di immagine che per convenienza, hanno deciso di essere più amici dell'ambiente. Il Gruppo Gucci che si è schierato in difesa delle foreste pluviali dell'Indonesia, impegnandosi a ridurre la quantità di carta impiegata negli imballaggi e ad utilizzare esclusivamente fibre riciclate o certificate FSC (Forest Stewardship Council), Timberland, Geox e Nike che aderendo alla campagna di Greenpeace "Amazzonia che macello!" hanno deciso di non comprare più pelle proveniente da allevamenti illegali coinvolti nel fenomeno della deforestazione, e la Levi's che ha ridato vita ai vecchi jeans riutilizzandoli come tessuto per le eco-sneackers della collezione Levi's Red Tab, ci danno un'idea del fenomeno.

Non ci resta che augurarci un futuro ricco di centro commerciali - green, dove sarà più facile dire: "buono shopping"!

Alberto Maria Vedova


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