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Nella cultura contadina, era pratica comune non racimolare tutto il raccolto ma lasciarne una minima porzione a terra per i contadini, i passanti e i bisognosi. Chi oggi si permette più di raccogliere lo scarto? Anche solo la parola riecheggia mondi di esclusione e di rifiuto: “lo scarto della società”, “essere scartati da qualcuno”. La parola “scarto” è andata a occupare territori che hanno a che fare con la dignità sociale, diventando un tabù. Eppure c’era un tempo in cui lo scarto era segno di ricchezza e dunque era spesso usato come strumento di generosità nei confronti dell’altro.

Poi è arrivata l’Era dell’Abbondanza: abbiamo iniziato a rincorrere il più nuovo, più bello, più buono, più bianco, più colorato e lo scarto ha perso ogni attrattiva diventando prima “rifiuto” e poi “spreco”.

In Italia ogni anno vanno sprecati prodotti alimentari ancora perfettamente consumabili per un ammontare di 1,5 milioni di tonnellate, pari a un valore di mercato di 4 miliardi di euro. Finiscono ogni giorno in discarica o nell’inceneritore 4000 tonnellate di alimenti, il 15% del pane e della pasta che gli Italiani acquistano, il 18% della carne e il 12% di frutta e verdura. Secondo l’Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori (ADoc) , ogni nucleo familiare in Italia getta via 584 euro di prodotti alimentari. E gli altri Paesi non sono certo in una situazione migliore. Negli Stati Uniti si arriva a gettare il 25% dei prodotti ancora consumabili.

Forse più efficace dei numeri è pensare a quanta materia da buttare si accumula nei retrobottega dei supermercati alla fine di ogni giornata. È sufficiente fare la spesa in un ordinario tardo pomeriggio per capire quanto pieni sono ancora gli scaffali della panetteria, dei latticini, della carne, del pesce, delle verdure. Prodotti che domani non potranno essere lì perché gli standard estetici e di palato ai quali ci siamo abituati presuppongono che il pane sia sempre fresco, la carne appena tagliata e lo yogurt appena impacchettato.

Dove va a finire tutto quello scarto che appena esce dal supermercato diventa subito spreco? Normalmente diventa una massa informe nascosta dentro camion diretti verso le discariche.

C’è qualcuno però che ha pensato che invece quella materia, ancora in gran parte utilizzabile, potesse essere utile. Si tratta di un gruppo di ricercatori della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna che, guidati dal Prof. Andrea Segré, ha iniziato a studiare la possibilità di gestire in modo diverso il processo di distribuzione del cibo e a pensare che il ciclo di vita di un prodotto non debba per forza fermarsi alla fine del primo stadio di consumo, ma possa essere prolungato. Da questa intuizione è nato il Last Minute Market, un’idea diventata ormai una start-up con iniziative attive in tutta Italia.

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Il Prof. Segré, nel suo ultimo libro intitolato “Lezioni di ecostile” racconta così il progetto: “Last significa ultimo, ma con un doppio senso: l’ultimo minuto perché dobbiamo fare in fretta, i prodotti scadono, sono danneggiati, li dobbiamo consumare presto, ma ultimo anche perché i beneficiari sono gli ultimi della società.”

Il meccanismo virtuoso studiato dal Last Minute Market mette in collegamento l’impresa che vuole donare il prodotto con le Associazioni no profit che lo possono ricevere per fornire pasti a persone in condizioni di disagio economico o sociale. I primi ci guadagnano perché non devono sobbarcarsi i costi di trasporto e smaltimento, i secondi perché non devono acquistare la materia prima pur potendo assicurare alimenti validi e buoni. È una soluzione win win in cui entrambi gli attori in campo vincono. E non solo loro. Se pensiamo che ogni tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di CO2, è facile capire come il prolungamento della filiera produttiva equivale anche a un grosso sconto sui costi dell’ambiente e sui costi della collettività.

Come sia possibile coniugare risparmio in termini ambientali ed economici lo dimostra il caso della Provincia di Ferrara che fin dagli inizi ha aderito al progetto LLM. In base al decreto Ronchi che trasforma la tassa sui rifiuti in tariffa di igiene ambientale, facendo pagare non in base alla superficie degli esercizi ma in base alle quantità smaltite, è stato possibile applicare degli sconti a quei dettaglianti che recuperavano il cibo invece di gettarlo. Si è passati così dagli 8.1000 euro recuperati nel 2005 ai 15.900 euro del 2010.

Gli esempi di imprese e istituzioni che negli ultimi anni hanno richiesto l’aiuto del LLM per attivare processi di recupero dello spreco si sono moltiplicati con casi virtuosi che vanno dagli 800 kg di frutta e 1100 kg di pane provenienti dalle 19 scuole del Comune di Bologna ai 20.000 kg di alimenti recuperati nella provincia di Ancona tramite il coordinamento tra centri commerciali, piccola distribuzione e mense ospedaliere nel corso dell’ anno 09/10.

Per lottare contro lo spreco – prosegue Andrea Segré – bisogna promuovere un’azione di sviluppo auto-sostenibile a livello locale che sfrutta la prossimità riducendo lo spazio e il tempo in modo che siano evidenti i benefici diretti e indiretti di quest’azione e le sue ricadute positive ”. In pratica si raccoglie e si consuma sempre in una zona ristretta di territorio ed entro un raggio di pochi chilometri in modo da non avere costi di conservazione e di trasporto, abbattendo l’impatto che questi hanno sull’ambiente.

Nel corso di questi dieci anni di sperimentazioni e successi, il progetto LMM non si è fermato a considerare solo il ciclo degli alimenti. Si è declinato il modello anche nel settore dei libri (Last Minute Book), dei prodotti farmaceutici e parafarmaceutici (Last Minute Pharmacy), dei raccolti (Last Minute Harvest). Ognuno di questi ambiti sta conoscendo una sua applicabilità reale: nella provincia di Parma si sono raccolti circa 4.000 libri da destinare a Biblioteche per anziani, mentre a Cesena si è attivato un percorso di recupero dei prodotti agricoli sul campo destinato alla Comunità Papa Giovanni XXIII.

L’obiettivo del Last Minute Market è ben più alto, però. È culturale. Portare agli occhi della gente lo scarto, quantificare lo spreco, valorizzarlo in termini di costi significa spesso creare le condizioni per diminuirlo. In questa direzione si moltiplicano anche le cene degli avanzi che tanto successo stanno riscuotendo in giro per l’Italia: si è iniziato con quella aperta in piazza per 1000 invitati durante il Festival Torino Spiritualità e si prosegue con quella organizzata da Slow Food al termine del Salone del Gusto.

Come dice Andrea Segrè, però, questo non basta. “Dobbiamo agire a monte prima dello spreco”. Esiste infatti un concetto di sufficienza che nel tempo la società ha perso per strada a favore del concetto di accumulo: lì in quel luogo dove “più non è uguale a meglio” sta un nuovo modello eco-nomico ed eco-logico che riduce la propensione al consumo senza modificare il livello di benessere.

Pamela Pelatelli



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