L’orrore dietro le extension: capelli umani dei prigionieri dei campi cinesi, costretti ai lavori forzati

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Extension fatte con capelli umani appartenenti a persone che sono rinchiuse nei campi di internamento in Cina e costrette ai lavori forzati. Un vero business dell’orrore quello scoperto dalle autorità Usa che hanno sequestrato 13 tonnellate di prodotti per capelli nei porti di New York e New Jersey.

Prodotti che apparterebbero ai musulmani detenuti nei campi di lavoro forzato nello Xinjiang, in Cina, costretti poi anche alla fabbricazione. Il carico sequestrato ha un valore stimato di circa 800mila dollari.

“La produzione di questi beni costituisce una violazione dei diritti umani molto grave e il sequestro ha lo scopo di inviare un messaggio chiaro e diretto a tutti coloro che cercano di fare affari negli Stati Uniti, ossia che le pratiche illecite e disumane non saranno tollerate nelle catene di approvvigionamento” spiega Brenda Smith, vice commissario dell’Ufficio del commercio del Customs and Border Protection.

È la seconda volta quest’anno che la dogana Usa ha eseguito un ordine di sequestro sulle spedizioni di prodotti per capelli dalla Cina, partendo dal sospetto che vengano prodotti in violazione dei diritti umani. Rushan Abbas, attivista americano uiguro la cui sorella è scomparsa in Cina quasi due anni fa e che probabilmente è rinchiusa in un campo di detenzione, ha detto che le donne che usano le extension dovrebbero sapere da dove vengono e come sono fabbricati questi prodotti.

extension cina

U.S. Customs and Border Protection Office of Public Affairs

Secondo la CBP, il processo di fabbricazione può includere lavoro forzato anche su minori. “È assolutamente essenziale che gli importatori americani assicurino che l’integrità della loro catena di approvvigionamento soddisfi gli standard umani ed etici previsti dal governo americano e dai consumatori americani”, dice ancora Smith.

Come si legge in un comunicato diffuso dal governo statunitense, lo statuto federale 19 USC 1307 vieta l’importazione di merci estratte, fabbricate o prodotte, in tutto o in parte, dal lavoro forzato e sfruttamento minorile.

“L’importazione di merci prodotte con lavoro forzato minaccia l’affidabilità della catena di approvvigionamento degli Stati Uniti e introduce una concorrenza sleale nel mercato globale, che può influire negativamente sulla competitività e l’integrità delle imprese americane. È responsabilità di tutti gli importatori statunitensi confermare che le loro catene di approvvigionamento sono prive di lavoro forzato al fine di garantire l’origine e la qualità dei beni consumati dal pubblico americano in linea con le leggi e i principi stabiliti dal governo degli Stati Uniti e proteggere l’economia”, scrive CBP.

extension cina

U.S. Customs and Border Protection Office of Public Affairs

Al di là della questione economica, a noi preme sottolineare il fatto che parliamo di persone sfruttate, senza alcun diritto e costrette a una vita misera in campi di detenzione dello Xinjiang, nella parte occidentale della Cina, dove negli ultimi quattro anni, il governo ha arrestato circa un milione di minoranze etniche turche.

In quelle che vengono chiamate ‘fabbriche nere’, i detenuti confezionano extension, ma anche abiti per popolarissimi brand. Posti inaccessibili dove succede di tutto, eppure il ministero del Commercio cinese continua a negare che tutto ciò succeda realmente.

Eppure da tempo gli uiguri nei campi di internamento, definiti centri di formazione professionale, subiscono maltrattamenti fisici, vengono sottoposti a disciplina ideologica, costretti ad abiurare la loro religione (principalmente musulmana) e obbligati a non parlare la propria lingua.

Fonti: CBP US Department /Reuters

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Giornalista professionista, laureata in Scienze Politiche con master in Comunicazione politica, per Greenme si occupa principalmente di tematiche sociali e diritti degli animali.
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