Dal MIT ecco come ottenere acqua fresca dalla nebbia

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Anche dal nulla si può ricavare l’acqua. O meglio da ciò che c’è ma si vede appena. È la nebbia l’ultima fonte di oro blu fornita dalla Terra. E l’idea di sfruttarla per portare acqua potabile laddove manca, è di un gruppo di scienziati del MIT, che hanno ideato un sistema che potrebbe fornire acqua potabile alle regioni più aride del mondo.

Imitando ancora una volta la natura, i ricercatori si sono ispirati al comportamento di alcune piante e di alcuni insetti, che per necessità hanno messo a punto delle strategie ingegnose per procurarsi l’acqua necessaria per la vita, trattenendola dalla nebbia che si sposta dagli oceani.

Gli scienziati del MIT, in collaborazione con un altro team di ricercatori cileni, hanno così cercato di imitare quel trucco su una scala molto più grande. In realtà, la ‘cattura’ della nebbia non è totalmente una nuova idea.

Sistemi che fanno uso di questa forma di estrazione dell’acqua potabile sono già in uso in almeno 17 nazioni, ma la nuova ricerca indica che la loro efficienza in condizioni di nebbia lieve può essere migliorata di almeno cinque volte, rendendoli molto più pratici e produttivi rispetto alle versioni esistenti.

Tali sistemi di raccolta della nebbia sono generalmente costituiti da un reticolo verticale, una sorta di rete da tennis oversize. La chiave per una raccolta efficiente delle minuscole goccioline è costituita da tre parametri di base: la dimensione dei filamenti delle reti, quella dei fori tra tali filamenti e il rivestimento applicato ai filamenti.

La maggior parte dei sistemi esistenti risultano essere tutt’altro che ottimali secondo i ricercatori del Mit. Realizzati con un tipo di plastica che facilmente disponibile e a basso costo, essi tendono però ad avere filamenti e fori troppo grandi. Di conseguenza possono estrarre solo il 2 per cento dell’acqua disponibile in condizioni di nebbia lieve, mentre la nuova ricerca mostra che una maglia più fine potrebbe estrarne il 10 per cento e oltre. E più reti sovrapposte potrebbero aumentare ulteriormente la resa.

Calcoli dettagliati e test di laboratorio indicano che le migliori prestazioni si ottengono da una maglia fatta di filamenti di acciaio inossidabile circa tre o quattro volte lo spessore di un capello umano, e con una spaziatura tra le fibre pari al doppio. In questo modo, le piccole goccioline d’acqua riescono a scivolare più facilmente nella canalina di raccolta non appena si formano.

Mentre i sistemi attualmente dispiegati nelle montagne costiere del deserto di Atacama riescono a produrre pochi litri di acqua potabile al giorno per ogni metro quadrato di maglia, il nuovo studio, secondo i calcoli, potrebbe produrne fino a 12 litri al giorno.

Al momento è in corso un test della durata di un anno per studiare la durata e la resa dell’acqua in diverse situazioni.

Francesca Mancuso

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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