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Meglio affidare la gestione dell’acqua al pubblico o al privato? Il dibattito nel nostro Paese si è aperto ormai da diverso tempo, ma mentre negli altri Paesi europei – dopo un breve periodo di gestione privata – si sta tornando sempre più velocemente ad una gestione pubblica, l’Italia non ha ancora preso una decisione e, dopo l'approvazione del decreto Ronchi, tutto è rimandato ai prossimi referndum. Ma quali sono i punti di forza e di debolezza dei nostri servizi idrici? E quale delle due gestioni (pubblica o privata) assicurerebbe qualità della fornitura, risparmio di costi e garanzia dei diritti dei cittadini?

Questa la domanda al centro del dibattito di ieri, in occasione della Conferenza internazionale Greenaccord di Roma, organizzata dall’associazione Greenaccord, con il sostegno della Provincia di Roma che ha visto economisti, esponenti della società civile e del mondo produttivo confrontarsi in una tavola rotonda sulle varie posizioni rispetto ai quesiti referendari sulla privatizzazione dei servizi idrici

Negli ultimi anni abbiamo fatto progressi notevoli nella gestione delle nostre risorse idriche” – ha spiegato Maurizio Pettine, direttore dell’Istituto di ricerca sull’acqua del CNR - “La nascita degli Ato ha aggregato una gestione prima frammentata tra molti soggetti diversi e ha semplificato la gestione. Ma questo modello funziona per i Comuni più grandi. I centri più piccoli sono invece spesso abbandonati a loro stessi. E il problema è più acuto nei momenti di maggiore criticità. Ricordiamo, ad esempio, la secca del Tevere che qualche anno fa ha allarmato i tecnici oppure la secca del Po del 2003, quando la poca acqua a disposizione produsse aspre polemiche tra l’Enel, che la voleva per alimentare la propria centrale, e gli agricoltori della zona che cercavano di salvare i racconti minacciati dall’ondata di calore”.

Proprio questi esempi – ha aggiunto Andrea Masullo, direttore scientifico dell’associazione Greenaccord – ci devono ricordare che il problema della scarsità di questa risorsa essenziale non riguarda solo il Sud del mondo ma tocca da vicino anche l’Italia, che in Europa è il Paese più ricco di sorgenti. Per questo dobbiamo domandarci come ridurre le perdite eccessive della nostra rete infrastrutturale e dei nostri acquedotti. Ma la dicotomia pubblico/privato è sotto molti aspetti un falso problema. La gestione deve essere equa ed efficiente. Non c’è dubbio che il pubblico possa garantire forniture idriche di qualità e a costi accessibili a tutta la popolazione. Il privato invece, che tende a ottenere il massimo profitto, spingerebbe verso usi non alimentari per far pagare prezzi più alti. E ciò rischierebbe di non garantire esigenze del largo pubblico. Ma, altrettanto indubbiamente, si può pensare di affidare ai privati alcune attività tecniche”.

Ma c’è anche chi sostiene fermamente l’importanza di mantenere pubblico il servizio idrico, come Michele Civita, assessore alle Politiche del Territorio e alla Tutela ambientale della Provincia di Roma: “Ci sono esempi in Europa, primo tra tutti quello della Germania (e anche della Francia, ndr), che dimostrano come una gestione totalmente pubblica sia assolutamente in grado di garantire efficienza, qualità e costi contenuti, assolutamente in linea con i parametri comunitari. Da quando è stata istituita l’Ato2 nella provincia di Roma, l’investimento necessario per garantire un servizio adeguato è stato stimato attorno ai 5 miliardi di euro. Noi, per prossimi tre anni, abbiamo varato il più grande piano di investimenti della storia di Roma e provincia, stanziando 450 milioni di euro. Certo, la maggior parte della somma necessaria al servizio deve essere coperta da tariffe adeguate, che in Italia sono ora tra le più basse della Ue. Un adeguamento delle tariffe avrebbe anche il vantaggio di responsabilizzare gli utenti a un corretto uso della risorsa, evitando sprechi. In più si potrebbe istituire un’Authority che supervisioni gli adeguamenti tariffari a seconda delle esigenze dei vari territori”.

Andrea Bossola, direttore area idrica di Acea S.p.A, sostiene invece che il problema non troverà una soluzione se il dibattito continuerà ad incentrarsi sul perenne conflitto tra pubblico e privato: “Il problema non è mettere in contrapposizione il gestore pubblico da quello privato” – ha detto -Va invece spostata la discussione sul concetto più generale di servizio ambientale, che necessita di risorse finanziarie adeguate e di competenze complesse e strutturate. I magri risultati prodotti dalla riforma dei servizi idrici nei suoi primi quindici anni di attuazione impongono senza dubbio una riflessione e alcune energiche correzioni, se si vuole davvero dotare il Paese di infrastrutture adeguate. Solo così possiamo dar vita a una solida industria del settore”.

Sarebbe utile – ha concluso Bossola - mantenere un approccio concreto, che rifugga da ogni pregiudizio culturale, politico e ideologico”.

Infine, Paola Chirulli, ordinario di diritto amministrativo all’università La Sapienza di Roma, che haevidenziato l’inefficienza del decreto Ronchi: “La legge 166/09, meglio nota come decreto Ronchi – ha detto la professoressa - risolve solo una minima parte dei problemi della gestione del servizio idrico. Opera una decisa scelta in favore della gestione privata del servizio, sia attraverso cessioni di quote di società ora in mano pubblica sia prevedendo l’obbligo di affidare ai privati la gestione del servizio. Questa normativa lascia però irrisolti i nodi cruciali: infrastrutture da realizzare, gli investimenti da fare, le modalità tariffarie ottimali per coprire il servizio e responsabilizzare il pubblico, attività di monitoraggio del servizio”.

Insomma, il dibattito è tutt’altro che chiuso! E la decisione a questo punto passa agli italiani con il referendum per l'acqua indetto in primavera.

Verdiana Amorosi

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