Acqua potabile

Pfas in Veneto, proprio nella Giornata mondiale dell’acqua arriva lo stato di emergenza. L’annosa questione della presenza di sostanze perfluoroalchiliche nelle acque potabili in un’area compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova ha visto la dichiarazione dello stato emergenziale e la contestuale nomina di un commissario.

Una storia che pare avere finalmente la giusta visibilità, dopo che migliaia sarebbero i cittadini veneti che finora sono stati esposti ad acqua potabile contenente sostanze tossiche.

Si tratta, infatti, di un’emergenza ambientale che riguarda più di 350mila persone. I fiumi e l’acqua potabile di molti comuni sono inquinati da questi composti che possono causare danni al sistema riproduttivo e ormonale e si sospetta siano cancerogeni.

I PFAS - usati come impermeabilizzanti per tessuti e pentole - fanno parte del più ampio gruppo dei PFC (composti poli- e per-fluorurati), sostanze di cui già Greenpeace chiede l’eliminazione dal 2011 con la campagna Detox.

Si dice soddisfatto ma aggiunge la necessità di un ulteriore sforzo Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia, che dichiara:

Dopo diversi anni di sottovalutazione del problema, con la dichiarazione dello stato di emergenza chiesto dalla Regione Veneto si prende finalmente atto della gravità della situazione. Questo cambio di rotta è ovviamente finalizzato alla realizzazione di costosi nuovi acquedotti, necessari a garantire acqua potabile sicura ai cittadini. Tuttavia, se il Commissario non interverrà subito sulle fonti inquinanti, spingendo anche la Regione a completarne il censimento, è sin troppo facile prevedere che molti altri soldi pubblici dovranno essere spesi in futuro per fronteggiare l’emergenza mentre la popolazione veneta rimarrà esposta ai PFAS anche nei decenni a venire”.

Insomma, emergenza sì, ma che si intervenga. 

La vicenda Miteni

A frenare possibili manovre in favore di ambiente e cittadini potrebbe essere la questione Miteni.
Arpav e Regione Veneto, sostenuti da Greenpeace, ritengono che la quasi totalità della contaminazione da Pfas di terreni e acque sia stata provocata proprio dall'azienda di Trissino.

Alla Procura di Vicenza sono infatti indagati per reati ambientali alcuni dirigenti della presente e della passata gestione, ma ancora non è stata emessa alcuna sentenza.

Anzi, la Miteni è quindi passata al contrattacco presentando un ricorso al Tar per i danni che ritiene di subire a causa di un piano di verifiche sui terreni dell'azienda: secondo l’azienda, il piano predisposto dalla conferenza dei servizi avrebbe dei costi ritenuti dalla stessa Miteni ingiustificati. Costi pari a quasi 100 milioni di euro, per cui il ricorso al Tar quindi sarebbe non una richiesta per i danni subiti, ma “una quantificazione dei costi se venisse attuato il piano di caratterizzazione”.

In cosa si traduce tutto ciò? Certamente, in un'ulteriore perdita di tempo prima che si abbiano concrete disposizioni per procedere alla bonifica dei terreni. Speriamo che, almeno con lo stato di emergenza, qualcosa si sblocchi.

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Germana Carillo

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