Iene Madia

Acqua pubblica: 27 milioni di italiani dissero sì al referendum nel 2011. Una forte mobilitazione cui seguì un esito netto, perché un bene pubblico, e prezioso, come l’acqua potesse essere posto fuori una volta per tutte dalle logiche del mercato e del profitto.

Un argomento che, col tempo, è andato un po’ nel dimenticatoio, ma su cui è ora più che mai necessario tornare. Perché? Beh, perché, quasi in odor di storia già vissuta (ricordate il finanziamento ai partiti?), ora il Governo fa il voltagabbana e ci piazza di fronte a una proposta di legge, già approvata dalla Camera dei Deputati, sulla gestione, pianificazione e finanziamento del servizio idrico integrato e al celebre decreto Madia sui servizi pubblici locali. Cosa hanno di strano? Entrambi riproducono quanto è stato abrogato il 12 e il 13 giugno di cinque anni fa.

In questo modo, non si rispetterebbe l’esito referendario e neppure quanto afferma la Corte Costituzionale che ribadisce il fatto che il Parlamento deve rispettare quanto deciso dai cittadini.

Cosa sta accadendo? Nel 2011 sulla scheda elettorale la maggioranza assoluta degli italiani votò un Sì alla abrogazione della “remunerazione del capitale investito”. Nel decreto Madia, invece, ripristina la “remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa, cioè il profitto garantito ai gestori che noi paghiamo in bolletta. In più, nel disegno di legge che passerà in Senato è stata cancellata la frase “la gestione ed erogazione del servizio idrico possono essere affidate esclusivamente a enti di diritto pubblico”.

E c’è di più: nel decreto Madia l’acqua non viene più definita come “diritto” ma come “bisogno”. Su questo punto Alberto Lucarelli, uno dei costituzionalisti che ha scritto il testo del referendum sull’acqua, ha detto a Nadia Toffa durante la puntata di ieri de Le Iene:

il diritto all’acqua dev’essere non solo riconosciuto ma garantito, il bisogno invece rientra in una dimensione di domanda e offerta e si svilisce il diritto all’acqua che passa da diritto inviolabile a una logica commerciale”.

Nel nuovo testo, quindi, l’acqua diventerà una necessità da pagare.

Succede così altrove? Pare proprio di no. Città come Parigi o Berlino, per esempio, sono state attuate norme che hanno in pratica reso pubblica l’acqua, pur avendo per giunta dei ritorni economici e un abbassamento delle tariffe. E, sembra strano, ma anche in Italia c’è una città, l’unica nel Belpaese, che ha attuato il referendum del 2011.

Acqua pubblica

Si tratta di Napoli, che ha fondato l’azienda tutta pubblica ABC. Un’azienda che fa utili che vengono tutti reinvestiti e la dimostrazione che “le fonti dell’acqua sono a disposizione di tutti”, come afferma ai microfoni al microfono della Toffa Luigi De Magistris, "Rendendo l’acqua pubblica la bolletta non sale e i soldi risparmiati vengono investiti nella collettività e non ad aziende private". Luigi de Magistris va poi decisamente contro il decreto Madia che considera l’acqua come un qualcosa da pagare e non di dovuto.

E la Madia cosa dice? Raggiunta dai microfoni, il ministro affermerebbe che quel comma “non riguarda i servizi che hanno una legislazione di settore e siccome l’acqua ha una sua legislazione di settore non è ricompresa in quel comma. [...] In ogni caso non stiamo calpestando nessun volere degli italiani. Nella legge delega c’è scritto chiaramente che va rispettato l’esito del referendum. [...]Dal decreto peraltro toglieremo completamente il servizio idrico in modo che non ci sia strumentalità su un tema troppo delicato”.

Lei continua a sventolare l’idea che in Gazzetta Ufficiale il decreto definitivo non conterrà alcuna “privatizzazione” dell’acqua. Noi ci crediamo ben poco, anche perché per ora l’acqua compare tra quei “servizi pubblici locali”.

Il Governo sta calpestando il nostro SI per l'#acquapubblica. Non ce ne facciamo nulla noi di un'azienda che deve fare profitto o di una multinazionale che prenderà il suo posto, anzi in quel caso pagheremo sempre di più.

Trovate qui il servizio delle Iene.

Germana Carillo

 

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