Economia della condivisione: come guadagnare, collaborando

Negli Stati Uniti le nuove imprese digitali che “consentono a tutti di scambiare qualsiasi cosa” (questa la definizione recentemente apparsa su un articolo del Wall Street Journal) non sono solo sinonimo di altruismo ma anche di una nuova circolazione del denaro le cui cifre cominciano a essere importanti.

Il Collaborative Found – un fondo di investimento americano che supporta la nascita di nuove imprese in questo settore – stima che il guadagno medio annuale di un cittadino di New York che mette a disposizione una o più stanze del proprio appartamento usufruendo di Airbnb – il social network del valore di 2,5 miliardi di dollari che permette di entrare in contatto con turisti che cercano una sistemazione in quella città – sia pari a 21.000 dollari. Attraverso la rete di Taskrabbit, una piattaforma che connette cittadini che richiedono piccoli servizi (dalla riparazione del citofono alla consegna della spesa) con persone che hanno tempo e competenza per assolverli, si può arrivare a guadagnare 15.000 dollari all’anno. Negli USA questo è stato definito “il miglior modo di combattere la disoccupazione”.

Le cifre indicate devono essere lette con il beneficio del fatto che lì i grandi network hanno già raggiunto un’elevata penetrazione nel sistema sociale, che significa anche una maggiore probabilità di guadagno. Tuttavia lasciano intravedere una chiave di lettura del fenomeno che presto anche l’Europa dovrà affrontare. Tramite i social network che abilitano la collaborazione non soltanto è possibile condividere quello che possediamo, ma anche guadagnare.

Accade che sia possibile mettere in atto questa opportunità anche in Italia. Iscrivendosi a Gnammo, il social network che ti permette di invitare a casa sconosciuti e conoscerli facendo loro assaggiare le proprie prelibatezze, ci si può proporre come Cooker e decidere la cifra che si intende far pagare agli ospiti. La forbice dell’offerta va in media dai 15 ai 30 euro a persona. Gli invitati pagano in anticipo tramite Paypal e la somma finisce direttamente nel proprio conto corrente. TamTown è una giovane piattaforma – al momento attiva solo a Torino – che consente di monetizzare tempo e competenze. Conosci bene il russo? Sai sferruzzare? Puoi mettere a disposizione il tuo talento o il tuo tempo, inserire l’offerta nella piattaforma e lasciare che il richiedente confronti la tua offerta con quella degli altri preventivi simili. Per qualche decina di euro Valeria, 29 anni si offre come dog sitter per proprietari di cani che vivano entro un raggio di 10 km da casa sua, Mauricio come lucidatore di auto. Possono accedere privati ma anche artigiani e piccoli imprenditori aggiungendo un canale di visibilità per ampliare il proprio circuito di clienti.

Con Skillbros invece è possibile vendere la propria competenza sotto forma di video che diventano lo strumento di istruzione per chiunque voglia sapere di più su quella materia. Per esempio, offrendo sei ore di insegnamento on line per spiegare l’uso di un recentissimo software di progettazione si possono guadagnare fino a 15 euro a partecipante. Nato sulla scia dei numerosi esperimenti americani di insegnamento tra pari, Skillbros è il primo caso di questo genere in Italia e tenta faticosamente di farsi avanti.

Il prezzo è giusto? Lo decidono le persone. Il confronto tra le varie offerte e la reputazione del proponente ottenuta tramite i precedenti riscontri costituiscono la base d’asta da cui partire. Benché solleciti il rapporto tra pari e la presenza di una contrattazione diretta tra acquirente e venditore, la forma di scambio economico proposto da queste piattaforme non è poi priva di rapporto con la realtà. Il prezzo a cui si può far pagare la propria stanza in più tramite il network Airbnb può variare anche a secondo del periodo. Nei giorni di vacanza si può arrivare a poter chiedere fino a 200 euro.

Proprio il caso Airbnb è stato tra i primi a portare sul tavolo il problema della trasparenza fiscale di questo tipo di scambio.  La società con sede a San Francisco ha sfondato il tetto dei 10 milioni di notti prenotate. Da Gennaio 2012 ha aperto in Italia, primo paese in cui ha cercato sede fuori dai confini americani. Ovvio, perché il nostro Paese è a sua volta meta turistica ricercatissima e arrivare a chiudere circa 500mila assegnazioni di affitto in pochi mesi è stato facile. Ma è soprattutto nelle grandi città che il sistema ha successo. Il flusso di turisti, studenti, ricercatori e uomini di affari è continuo e il guadagno ricavato dall’affitto momentaneo di una stanza va spesso ad arrotondare i miseri introiti di precari, studenti e giovani. Chi controlla e certifica questi scambi? Airbnb si dichiara fuori dai giochi poiché il suo compito è solo quello di favorire l’incontro tra domanda e offerta. Dall’altra parte il fenomeno sembra non essere stato registrato dal fisco italiano che quindi non mette a disposizione regole precise cui attenersi. Un paese civile prevederebbe una regolamentazione adeguata e non costrittiva del sistema che da un lato favorisca il profilo di mutuo soccorso e cooperazione insito in queste forme di scambio e che dall’altro tuteli le classiche catene alberghiere o ostelli. Questo è tuttavia un auspicio.

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