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Se c'è un trending topic (direbbero i twitteriani) che l'ha fatta da padrone in questo ultracinquantenario Salone del Mobile di Milano è il fare.

Non c'era mostra, installazione o performance live del Fuorisalone che non mettesse in evidenza il processo di fabbricazione di un oggetto, che non portasse sotto i riflettori l'artigiano per mostrare la destrezza con cui cuce a mano la pelle, che non facesse leva sull'uso di macchine digitali.

È il tema della produzione, quello che tiene in sospeso il mondo del design contemporaneo. Riflesso di una domanda che aleggia su tutta la società, certo, ma anche laboratorio di prospettive e possibilità.

Due sono le angolazioni attraverso le quali lo si elabora. Da un lato ci sono coloro che guardano alle potenzialità delle tecnologie digitali: si chiamono fabber, furniture hacker, digital manufacturer... Muniti di stampanti 3D e frese a taglio numeriche, ormai accessibili a quasi tutte le tasche, prospettano un mondo in cui ciascuno potrà realizzare autonomamente gli oggetti di cui necessita, produrseli in casa e progettarseli scaricandoli da un grande database condiviso.

Dall'altro ci sono coloro che tornano a cavalcare il lavoro artigiano, quello fondato sull' esperienza e la maestria. Il fatto a mano, come una volta, perfettamente imperfetto, mai un pezzo uguale all'altro: è il modello con cui un'altra parte dell'impresa manifatturiera sta cercando di restituire valore ai propri prodotti, sostenuta da una domanda pronta a rinunciare a qualcosa in cambio di un oggetto che abbia storia.

Le evidenze di questo fenomeno erano ovunque in giro per la città. A Palazzo Clerici la rivista Domus ha curato una mostra dal titolo esplicito The Future in the Making che raccoglieva una selezione di oggetti, progetti, persone e aziende che stanno rivoluzionando i presupposti su cui si fonda il design: dal crowdfunding all'open source, dalle macchine laser ai fablab, dal networking al DIY. Il concorso Autoprogettazione 2.0 promosso insieme con il Fablab di Torino i cui risultati erano esposti al primo piano del lussuoso palazzo milanese, sono la dimostrazione di come sia possibile progettare e costruire l'arredamento su misura di uno spazio, basandosi su semplici e geniali idee, tecnologie digitali per la produzione e open-source. Qui la filiera industriale si restringe a uno scambio di mail tra progettista e operatore tecnico, la distribuzione corrisponde alla distanza tra la macchina che "sputa" il pezzo e la sua collocazione nella stanza.

Il "fare" passava anche per Milanosiautoproduce sotto le volte della Fabbrica del Vapore dove artisti, artigiani e designer della città, tutti insieme appassionatamente, mettono in mostra le loro creature ed espongono quell'anima pragmatica e fattiva tipicamente meneghina, che negli ultimi anni è stata sommersa dai fasti dei pirelloni locali.

salone del mobile 2012

Dalle parti di Lambrate, poi, il "fare" è di casa. Nel quartiere subaffittato ormai ai designer del Nord Europa, la distinzione tra design e artigianato si dissolveva in una miriade di proposte dove l'unica cosa davvero importante è la ricerca di soluzioni formali, funzionali ed estetiche nuove ed efficaci. Accanto ai Maarteen Baas e ai Bertjan Pot, c'erano anche interessanti esperienze italiane: come il Padiglione Italia (esempio di spazio autogestito che ha raccolto alcuni designer di nuova generazione. Spiriti genuini spesso mossi a produrre in piccole edizioni perché privi di una committenza industriale o perché sospinti a cercare forme di espressione svicolate dalla grande serie. O come Edition of Nine titolo di una piccola mostra di oggetti realizzati da giovani designer vicentini in collaborazione con artigiani locali. Ma anche Analogico/Digitale , esposizione nata dall'impegno di sette designer emergenti che hanno prodotto, ciascuno, un oggetto frutto della convergenza tra il saper fare della tradizione e le tecnologie della "digital fabrication".

Che si parli di artigiani che lavorano il legno o "nerd" che schiacciano un bottone e mettono in moto una macchina laser, è evidente che il design si sta appropriando di figure, strumenti e dinamiche che cambiano il modo di progettare i prodotti del futuro. Scrive Stefano Micelli, autore di "Futuro Artigiano" (ed. Marsilio 2011) () su Linkiesta che "chi ha partecipato alla settimana milanese ha avuto la percezione che un'avanguardia di aziende consolidate così come di produttori indipendenti abbia deciso di intraprendere un cambiamento profondo nel modo in cui si organizza la creatività, in cui si produce e si parla al mercato".

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Improvvisamente ci si è accorti che portare avanti un progetto dall'inizio alla fine gratifica, che la manualità aiuta a riflettere, a mettere in pratica soluzioni che altrimenti rimarrebbero nei cassetti o verrebbero delegate ai gusti degli altri. Il come appare secondario. Probabilmente si tratta di procedere in maniera ibrida: facendo convergere passato e futuro, ri-attivando competenze sopite insieme con nuove conoscenze. I settori più illuminati del comparto manifatturiero italiano stanno cominciando già a muoversi in questo senso.

Tuttavia, non basta. Serve una sensibilità allargata in grado di accogliere i principi di questa economia basata sulla sostenibilità, certo (rendersi conto che la produzione di massa pesa troppo sul mondo ha avuto i suoi effetti su chi tutti i giorni riflette su un nuovo oggetto da disperdere) ma anche sul bisogno di tornare a restituire valore al lavoro, quello creativo, umano, concreto.

Pamela Pelatelli

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