petrolio

A meno di dieci giorni di distanza l’una dall’altra, due notizie contrastanti si sono succedute in merito alla quantità di petrolio di cui potremo ancora usufruire.

Il 26 gennaio 2012, Nature, l’autorevole rivista scientifica americana pubblica un articolo dal titolo “Climate Policy: oil’s tipping point has passed” il quale, tradotto, significa che il punto di non ritorno per il petrolio è ormai superato, (riproposto in Italia dalla rivista Le Scienze e Internazionale) scritto da James Murray, fondatore del Program on Climate Change dell’Università dello stato di Washington e Sir David King, chief scientific adviser per il governo britannico tra il 2000 e il 2007. In sostanza. si dichiara che “la produzione di combustibili fossili di cui possiamo disporre è minore di quanto molti credano”.

Il 6 febbraio 2012, Bloomberg, il sito di informazione più accreditato dal mondo della finanza e degli affari pubblica i risultati di una ricerca effettuata dal Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) riportata anche dal nostro Corriere della Sera nella quale si dice che le riserve di petrolio sono sufficienti per garantirci i prossimi 70 anni ai ritmi di consumo attuali.

A cosa è dovuta questa discrepanza di informazioni? Quali sono le argomentazioni che giustificano la prima e la seconda affermazione? Innanzitutto, è necessario premettere che l’allarme in merito alla presenza di “un picco del petrolio” è in giro da anni. Nel 1956, il geologo della Shell King Hubbert aveva calcolato che negli USA il picco di produzione petrolifera sarebbe stato raggiunto negli anni Settanta, per poi iniziare lentamente a declinare. Il dibattito degli ultimi quarant’anni è oscillato tra coloro che hanno continuato a discutere sulla veridicità del dato e coloro che invece hanno cominciato a posticipare la profezia apportando continui aggiornamenti sulle stime in merito alla presenza di riserve globali mai prese in considerazione prima.

Una dialettica di questo genere è quella che sta alla base della divergenza tra i due articoli pubblicati recentemente. La coppia Murray&King dice che “il reale volume delle riserve accertate è oscurato dal segreto: le previsioni delle aziende petrolifere di stato non sono verificate e sembrano essere esagerate. Inoltre, e soprattutto, le riserve richiedono spesso dai 6 ai 10 anni di perforazioni e sviluppo per entrare a far parte dell’offerta, e nel frattempo avrà cominciato a esaurirsi qualche altro campo petrolifero più vecchio.”

Il servizio geologico degli Stati Uniti dichiara invece la presenza di 2 mila miliardi di barili di greggio nel sottosuolo, non ancora sfruttato. L’ottimismo deriva dal fatto che proprio negli ultimi cinque anni sono stati trovati nuovi giacimenti non conteggiabili fino a un decennio fa perché collocati troppo in profondità o in zone impervie come quelli nel nord dell’ Alberta (Canada) situati tra le sabbie bituminose, nelle valli andine della Patagonia, in Artico o nella Rift Valley in Africa orientale.

Se da un lato è soprattutto la fiducia nella tecnologia e la presenza di strumentazioni che consentono di monitorare meglio la superficie della terra, trivellare fino a 8 chilometri di profondità o in mezzo a montagne saline che giustifica un futuro ancora attaccato al cordone ombelicale del petrolio, dall’altro è proprio lo scetticismo in merito alla qualità e all’efficienza dell’estrazione il motivo dell’allarme.

Murray&King non negano la presenza di nuove riserve, ma pongono l’accento sul fatto che, nonostante ciò, la produzione effettiva negli ultimi anni ha cominciato a declinare a tassi compresi tra il 4,5% e il 6,7% all’ anno. In sostanza “non stiamo restando senza petrolio: ma stiamo finendo il petrolio prodotto con facilità e a basso prezzo”. Se si mettono a confronti gli aumenti vertiginosi della domanda a partire dal 2005, anno in cui si è vissuto un vero e proprio cambio di passo in corrispondenza dell’entrata a pieno ritmo dei BRIC (Brasile, Russia, Cina, India) con questi dati, si capisce il motivo per cui negli ultimi anni il costo del petrolio ha visto sollecitazioni e notevoli rialzi.

Dal punto di vista di Bloomberg, invece, è stato proprio l’allarme preannunciato e continuamente riproposto da accademici e istituti di ricerca sul picco del petrolio a giustificare il fenomeno dei “150 dollari a barile” generando allarme e ogni volta puntando il dito su qualche previsione più o meno apocalittica. L’attuale costo del petrolio al barile, parzialmente stabile attorno ai 80-90 dollari (al netto delle minacce guerrafondaie dell’Iran), rappresenta lo specchietto sul quale tutti vogliono vedere una crescita economica ancora prospera e duratura.

Fanno notare però Murray&King che i costi dell’energia non sono affatto diminuiti per gli Stati sovrani né tantomeno per le famiglie () . Il caso dell’Italia è riportato come esemplificativo. “Malgrado un calo delle importazioni pari a 388.000 barili al giorno rispetto al 1999, l’Italia spende oggi 55 miliardi di dollari all’anno per importare petrolio, rispetto ai 12 miliardi del 1999. La differenza è prossima al corrente deficit della bilancia commerciale. Il prezzo del petrolio ha probabilmente dato un forte contributo alla crisi dell’euro nell’Europa meridionale, i cui paesi dipendono completamente dal petrolio estero.”

L’unica verità riconoscibile in entrambe le notizie è solo che il petrolio è una risorsa finita. Che sia tra dieci anni o tra settanta, andrà inesorabilmente scomparendo. Se il Fondo Monetario Internazionale fa orecchie da mercante e continua a prevedere una crescita mondiale del PIL al 4% annuo, alcune Nazioni tra le più illuminate come la Gran Bretagna o la stessa Comunità Europea iniziano a prepararsi a un mondo senza petrolio, mentre molte comunità dal basso hanno già deciso di cominciare a cambiare il loro ritmo di vita.

Pamela Pelatelli

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