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Naufragio Costa Concordia - La traversata da Porto Santo Stefano verso l’Isola del Giglio sembra durare in eterno. Il vento freddo dell’inverno increspa le onde del mare. Mano a mano che l’isola si avvicina l’attesa per l’orrido spettacolo a cui sto per assistere inizia a farsi sempre più frenetica. Poi, all’improvviso, illuminato dalla luce di un tiepido sole di metà gennaio, ecco aprirsi davanti ai miei occhi il tragico scenario le cui immagini stanno facendo il giro del pianeta. Una delle navi crociere più lussuose al mondo giace inclinata di 80 gradi sul fianco destro. Un’enorme balena di acciaio lunga 298 metri, larga 36 e alta quasi 52, arenata sugli scogli, a poche centinaia di metri dal porto dell’isola.

In tutto quell' azzurro, il bianco del corpo della nave, col suo fumaiolo giallo semisommerso, colpisce come un pugno in pieno volto. Attorno al relitto si affannano i gommoni dei soccorritori, che si alternano ininterrottamente alla ricerca di eventuali sopravvissuti o dei corpi intrappolati nelle viscere di quel gigante. Nell’aria regna un tetro e assordante silenzio, interrotto solo dal grido dei gabbiani. Alle spalle del relitto si scorge una scogliera molto alta, la scogliera del diavolo, circondata da una corona di scogli affioranti che piombano improvvisamente verso fondali profondissimi. Sono gli scogli delle Scole. La Costa Concordia ne ha urtato l' ultimo, il più piccolo. L’enorme ferita lunga 70 metri ne lascia emergere una parte. Incastrato nella chiglia c’è un pezzo della zona A del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, “la zona più delicata e, di conseguenza, quella a protezione integrale”, spiega Legambiente.

Dopo pochi minuti arrivo a Giglio Porto, nel day after di una delle più gravi tragedie della storia recente della marineria italiana, e mi ritrovo catapultata in quello che sembra un vero e proprio set cinematografico. Sulla banchina le divise dei soccorritori, dai vigili del fuoco alla Marina Militare, dalla Guardia Costiera alla Protezione Civile, affannati in una corsa contro il tempo, si mischiano con le decine di telecamere, macchine fotografiche e microfoni dei giornalisti, in un brulicare incessante che parla tutte le lingue del mondo. Ma che è in cerca delle stesse risposte. Quanti sono i dispersi? Quando inizieranno le operazioni per scongiurare il rischio ambientale? Di chi è la colpa? Dalla Cnn alla Abc, dalle tv tedesche a quelle coreane, questo esercito mediatico, sbarcato in tutta fretta su questo splendido, piccolo paradiso che emerge nel bel mezzo del Tirreno, vuole raccontare al mondo la tragedia in corso.

Così, l’incontro tra il sottosegretario alle Infrastrutture, trasporti e comunicazioni Guido Improta e i rappresentanti di Legambiente Sebastiano Venneri e Angelo Gentili, che si svolge quella mattina, diventa un’occasione ghiotta da non lasciarsi sfuggire. Il colloquio, che era stato richiesto dall'associazione ambientalista per fare il punto della situazione del rischio inquinamento nel mare dell'Arcipelago Toscano, sembra aver dato ottimi frutti: servono rotte sicure per le navi da crociera e per i trasporti pericolosi, bisogna vietare il passaggio vicino alle aree protette, alle isole minori e nella laguna di Venezia e applicare il VTS (vessel traffic service), il sistema satellitare di controllo del traffico marittimo già utilizzato in alcune zone sensibili, anche nell'Arcipelago Toscano.

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Il grossetano Angelo Gentili ha spiegato che “il sottosegretario Improta ha fissato rapidamente l'appuntamento e risposto con disponibilità alle nostre richieste di regolamentazione più severa e stringente per il trasporto nautico, parlando dell'esigenza di un patto tra sicurezza, ambiente e navigazione. L'ipotesi che ne è scaturita riguarda la necessità di stabilire rotte definite per le navi da crociera e per i trasporti pericolosi in modo da garantire una maggiore sicurezza per le persone e per l'ambiente, evitando le aree più delicate e preziose dal punto di vista ambientale e naturalistico come le aree protette, le isole minori e la laguna di Venezia, e la possibilità di predisporre del VTS, il sistema satellitare di controllo del traffico marittimo ora in uso in poche zone molto sensibili, anche nell' area protetta dell'Arcipelago Toscano”.

Sebastiano Venneri, responsabile nazionale mare di Legambiente, ribadisce che “l'incontro è stato molto positivo. Auspichiamo ora che questa pagina vergognosa della navigazione italiana si trasformi in una vera occasione di svolta per la sicurezza e la tutela dell'ambiente”.

Comunque vadano le cose, riparto dall’Isola lasciandomi quel gigante alle spalle, consapevole che stavolta non c'è l'attenuante di nessun cataclisma naturale, di nessuna tragica fatalità. Non è il Titanic. Non è la Rena. Si tratta di una tragedia umana, che potrebbe presto trasformarsi in un’enorme catastrofe ambientale, causata da una sconcertante alternanza di leggerezza, arroganza, incompetenza e viltà. Penso a questo mentre la città galleggiante, che sta già inquinando i fondali con le sue vernici, i suoi lubrificanti e le altre sostanze dannose cadute in mare, scompare all’orizzonte.

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Nel frattempo, l'incarico per lo svuotamento del carburante, 2400 tonnellate è stato affidato alla Smit Salvage di Rotterdam. Massimiliano Iguera, responsabile della Cambiaso Risso Service, agente italiano della società, sta mettendo a punto gli ultimi dettagli del piano. Ma fa sapere che per rimuovere il relitto della Costa Concordia dagli scogli dell'Isola del Giglio ci vorranno addirittura alcuni mesi. Si tratta di un’operazione “molto complicata”, ha sottolineato Iguera: “parlare del destino della nave è estremamente prematuro. La prima cosa da valutare è come sarà possibile rimuoverla. Un'operazione di questo tipo non è mai stata effettuata e potrebbe richiedere mesi. Al momento il contratto è per la rimozione del combustibile”. La parola d’ordine resta la celerità: bisogna agire in fretta, nella massima sicurezza della vita e dell'ambiente.

Roberta Ragni

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